Carlo Collodi - Opera Omnia >>  Le avventure di Pinocchio
Other languages:   united_kingdom_flag   french_flag   spanish_flag                                   



 

ilcollodi testo integrale brano completo citazione delle fonti commedie opere storiche opere letterarie storia di un burattino



I.

COME ANDĎ CHE MAESTRO CILIEGIA, FALEGNAME, TROVĎ UN PEZZO DI LEGNO CHE PIANGEVA E RIDEVA COME UN BAMBINO.

  C'era una volta...
  -- Un re! -- diranno subito i miei piccoli lettori.
  No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.
  Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.
  Non so come andasse, ma il fatto gli Ŕ che un bel giorno questo pezzo di legno capit˛ nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr'Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.
  Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegr˛ tutto e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbott˛ a mezza voce:
  -- Questo legno Ŕ capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba di tavolino.
  Detto fatto, prese subito l'ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo, ma quando fu lÝ per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perchÚ sentÝ una vocina sottile, che disse raccomandandosi:
  -- Non mi picchiar tanto forte!
  Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia.
  Gir˛ gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno; guard˛ sotto il banco, e nessuno; guard˛ dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guard˛ nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; apri l'uscio di bottega per dare un'occhiata anche sulla strada, e nessuno. O dunque?...
  -- Ho capito, -- disse allora ridendo e grattandosi la parrucca: -- si vede che quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci a lavorare.
  E ripresa l'ascia in mano, tir˛ gi˙ un solennissimo colpo sul pezzo di legno.
  -- Ohi, tu m'hai fatto male! -- grid˛ rammaricandosi la solita vocina.
  Questa volta maestro Ciliegia resta di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua gi˙ ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana. Appena riebbe l'uso della parola, cominci˛ a dire tremando e balbettando dallo spavento:
  -- Ma di dove sarÓ uscita questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui non c'Ŕ anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui; Ŕ un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c'Ŕ da far bollire una pentola di fagioli. O dunque?... Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c'Ŕ nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l'accomodo io!
  E cosi dicendo, agguant˛ con tutt'e due le mani quel povero pezzo di legno e si pose a sbatacchiarlo senza caritÓ contro le pareti della stanza.
  Poi si messe in ascolto, per sentire se c'era qualche vocina che si lamentasse. Aspett˛ due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla.
  -- Ho capito, -- disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca, -- si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la sono figurata io. Rimettiamoci a lavorare!
  E perchÚ gli era entrata addosso una gran paura, si prov˛ a canterellare per farsi un po' di coraggio.
  Intanto, posata da una parte l'ascia, prese in mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in gi˙, senti la solita vocina che gli disse ridendo:
  -- Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo!
  Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde gi˙ come fulminato. Quando riaprÝ gli occhi, si trov˛ seduto per terra.
  Il suo viso pareva trasfigurato, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.



II.

MAESTRO CILIEGIA REGALA IL PEZZO DI LEGNO AL SUO AMICO GEPPETTO IL QUALE LO PRENDE PER FABBRICARSI UN BURATTINO MARAVIGLIOSO CHE SAPPIA BALLARE, TIRAR DI SCHERMA E FARE I SALTI MORTALI.

  In quel punto fu bussato alla porta.
  -- Passate pure, -- disse il falegname, senza aver la forza di rizzarsi in piedi.
  Allora entr˛ in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano far montare su tutte le furie, lo chiamavano col soprannome di Polendina, a motivo della sua parrucca gialla che somigliava moltissimo alla polendina di granturco.
  Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava subito una bestia, e non c'era pi˙ verso di tenerlo.
  -- Buon giorno, mastr'Antonio, -- disse Geppetto. -- Che cosa fate costÝ per terra?
  -- Insegno l'abbaco alle formicole.
  -- Buon pro vi faccia.
  -- Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?
  -- Le gambe!... Sappiate, mastr'Antonio, che son venuto da voi, per chiedervi un favore.
  -- Eccomi qui, pronto a servirvi, -- replic˛ il falegname, rizzandosi su i ginocchi.
  -- Stamani m'Ŕ piovuta nel cervello un'idea.
  -- Sentiamola.
  -- Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino; che ve ne pare?
  -- Bravo Polendina! -- grid˛ la solita vocina, che non si capiva di dove uscisse.
  A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto divent˛ rosso come un peperone dalla bizza, e voltandosi verso il falegname, gli disse imbestialito:
  -- PerchÚ mi offendete?
  -- Chi vi offende?
  -- Mi avete detto Polendina.
  -- Non sono stato io.
  -- Sta un po' a vedere che sar˛ stato io! Io dico che siete stato voi.
  -- No!
  -- Si!
  -- No!
  -- Si!
  E riscaldandosi sempre pi˙, vennero dalle parole ai fatti, e acciuffatisi fra di loro, si graffiarono, si morsero e si sbertucciarono.
  Finito il combattimento, mastr'Antonio si trov˛ fra le mani la parrucca gialla di Geppetto, e Geppetto si accorse di avere in bocca la parrucca brizzolata del falegname.
  -- Rendimi la mia parrucca! -- grid˛ mastr'Antonio.
  -- E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace.
  I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di loro la propria parrucca, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita.
  -- Dunque, compar Geppetto, -- disse il falegname in segno di pace fatta, -- qual Ŕ il piacere che volete da me?
  -- Vorrei un po' di legno per fabbricare il mio burattino. Me lo date?
  Mastr'Antonio, tutto contento, and˛ subito a prendere sul banco quel pezzo di legno che era stato cagione a lui di tante paure. Ma quando fu lÝ per consegnarlo all'amico, il pezzo di legno dette uno scossone e sgusciandogli violentemente dalle mani, ando a battere con forza negli stinchi impresciuttiti del povero Geppetto.
  -- Ah! gli Ŕ con questo bel garbo, mastr'Antonio, che voi regalate la vostra roba? M'avete quasi azzoppito.
  -- Vi giuro che non sono stato io!
  -- Allora sar˛ stato io.
  -- La colpa Ŕ tutta di questo legno.
  -- Lo so che Ŕ del legno: ma siete voi che me l'avete tirato nelle gambe.
  -- Io non ve l'ho tirato!
  -- Bugiardo!
  -- Geppetto, non mi offendete; se no vi chiamo Polendina!...
  -- Asino!
  -- Polendina!
  -- Somaro!
  -- Polendina!
  -- Brutto scimmiotto!
  -- Polendina!
  A sentirsi chiamar Polendina per la terza volta, Geppetto perse il lume degli occhi, si avvento sul falegname; e lÝ se ne dettero un sacco e una sporta.
  A battaglia finita, mastr'Antonio si trovo due graffi di piu sul naso, e quell'altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati in questo modo i loro conti, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita.
  Intanto Geppetto prese con se il suo bravo pezzo di legno, e ringraziato mastr'Antonio, se ne torn˛ zoppicando a casa.



III.

GEPPETTO, TORNATO A CASA, COMINCIA SUBITO A FABBRICARSI IL BURATTINO E GLI METTE IL NOME DI PINOCCHIO. PRIME MONELLERIE DEL BURATTINO.

  La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da un sottoscala. La mobilia non poteva essere pi˙ semplice: una seggiola cattiva, un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Nella parete di fondo si vedeva un caminetto col fuoco acceso; ma il fuoco era dipinto, e accanto al fuoco c'era dipinta una pentola che bolliva allegramente e mandava fuori una nuvola di fumo, che pareva fumo davvero.
  Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a intagliare e a fabbricare il suo burattino.
  ź Che nome gli metter˛? -- disse fra sÚ e sÚ. -- Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterÓ fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il pi˙ ricco di loro chiedeva l'elemosina ╗.
  Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominci˛ a lavorare a buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi.
  Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accorse che gli occhi si muovevano e che lo guardavano fisso fisso.
  Geppetto, vedendosi guardare da quei due occhi di legno, se n'ebbe quasi per male, e disse con accento risentito:
  -- Occhiacci di legno, perchÚ mi guardate?
  Nessuno rispose.
  Allora, dopo gli occhi, gli fece il naso; ma il naso, appena fatto, cominci˛ a crescere: e cresci, cresci, cresci divent˛ in pochi minuti un nasone che non finiva mai.
  Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma pi˙ lo ritagliava e lo scorciva, e pi˙ quel naso impertinente diventava lungo.
  Dopo il naso, gli fece la bocca.
  La bocca non era ancora finita di fare, che cominci˛ subito a ridere e a canzonarlo.
  -- Smetti di ridere! -- disse Geppetto impermalito; ma fu come dire al muro.
  -- Smetti di ridere, ti ripeto! -- url˛ con voce minacciosa.
  Allora la bocca smesse di ridere, ma cacci˛ fuori tutta la lingua.
  Geppetto, per non guastare i fatti suoi, finse di non avvedersene, e continu˛ a lavorare.
  Dopo la bocca, gli fece il mento, poi il collo, le spalle, lo stomaco, le braccia e le mani.
  Appena finite le mani, Geppetto senti portarsi via la parrucca dal capo. Si volt˛ in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano del burattino.
  -- Pinocchio!... rendimi subito la mia parrucca.
  E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se la messe in capo per sÚ, rimanendovi sotto mezzo affogato.
  A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua, e voltandosi verso Pinocchio, gli disse:
  -- Birba d'un figliolo, non sei ancora finito di fare e giÓ cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male!
  E si rasciug˛ una lacrima.
  Restavano sempre da fare le gambe e i piedi.
  Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, sentÝ arrivarsi un calcio sulla punta del naso.
  ź Me lo merito! -- disse allora fra sÚ. -- Dovevo pensarci prima: oramai Ŕ tardi╗.
  Poi prese il burattino sotto le braccia e lo pos˛ in terra, sul pavimento della stanza, per farlo camminare.
  Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e Geppetto lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo dietro l'altro.
  Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominci˛ a camminare da sÚ e a correre per la stanza; finchÚ, infilata la porta di casa, salt˛ nella strada e si dette a scappare.
  E il povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungere, perchÚ quel birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre, e battendo i suoi piedi di legno sul lastrico della strada, faceva un fracasso, come venti paia di zoccoli da contadini.
  -- Piglialo! piglialo! -- urlava Geppetto; ma la gente che era per la via, vedendo questo burattino di legno, che correva come un barbero, si fermava incantata a guardarlo, e rideva, rideva e rideva, da non poterselo figurare.
  Alla fine, e per buona fortuna, capit˛ un carabiniere, il quale, sentendo tutto quello schiamazzo e credendo si trattasse di un puledro che avesse levata la mano al padrone, si piant˛ coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada, coll'animo risoluto di fermarlo e di impedire il caso di maggiori disgrazie.
  Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano del carabiniere che barricava tutta la strada, s'ingegn˛ di passargli, per sorpresa, frammezzo alle gambe, e invece fece fiasco.
  Il carabiniere, senza punto smoversi, lo acciuff˛ pulitamente per il naso (era un nasone spropositato, che pareva fatto apposta per essere acchiappato dai carabinieri) e lo riconsegn˛ nelle proprie mani di Geppetto; il quale, a titolo di correzione, voleva dargli subito una buona tiratina d'orecchi. Ma figuratevi come rimase quando, nel cercargli gli orecchi, non gli riuscÝ di poterli trovare: e sapete perchÚ? PerchÚ, nella furia di scolpirlo, si era dimenticato di farglieli.
  Allora lo prese per la collottola, e, mentre lo riconduceva indietro, gli disse tentennando minacciosamente il capo:
  -- Andiamo subito a casa. Quando saremo a casa, non dubitare che faremo i nostri conti.
  Pinocchio, a questa antifona, si butt˛ per terra, e non volle pi˙ camminare. Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a fermarsi lÝ dintorno e a far capannello.
  Chi ne diceva una, chi un'altra.
  -- Povero burattino, -- dicevano alcuni, -- ha ragione a non voler tornare a casa. Chi lo sa come lo picchierebbe quell'omaccio di Geppetto!
  E gli altri soggiungevano malignamente:
  -- Quel Geppetto pare un galantuomo, ma Ŕ un vero tiranno coi ragazzi. Se gli lasciano quel povero burattino fra le mani, Ŕ capacissimo di farlo a pezzi.
  Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libertÓ Pinocchio e condusse in prigione quel pover'uomo di Geppetto. Il quale, non avendo parole lÝ per lÝ per difendersi, piangeva come un vitellino, e nell'avviarsi verso il carcere, balbettava singhiozzando:
  -- Sciagurato figliolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un burattino per bene! Ma mi sta il dovere: dovevo pensarci prima.
  Quello che accadde dopo Ŕ una storia da non potersi credere, e ve la racconter˛ in quest'altri capitoli.



IV.

LA STORIA DI PINOCCHIO COL GRILLO-PARLANTE, DOVE SI VEDE COME I RAGAZZI CATTIVI HANNO A NOIA DI SENTIRSI CORREGGERE DA CHI NE SA PI┌ DI LORO.

  Vi dir˛ dunque, ragazzi, che mentre il povero Geppetto era condotto senza sua colpa in prigione, quel monello di Pinocchio, rimasto libero dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe gi˙ attraverso ai campi, per far pi˙ presto a tornarsene a casa; e nella gran furia del correre saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d'acqua, tale e quale come avrebbe potuto fare un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori. Giunto dinanzi a casa, trov˛ l'uscio di strada socchiuso. Lo spinse, entr˛ dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si gett˛ a sedere per terra, lasciando andare un gran sospirone di contentezza.
  Ma quella contentezza dur˛ poco, perchÚ sentÝ nella stanza qualcuno che fece:
  -- Cri-cri-cri.
  -- Chi Ŕ che mi chiama? -- disse Pinocchio tutto impaurito.
  -- Sono io.
  Pinocchio si volt˛, e vide un grosso Grillo che saliva lentamente su su per il muro.
  -- Dimmi, Grillo, e tu chi sei?
  -- Io sono il Grillo parlante, ed abito in questa stanza da pi˙ di cent'anni.
  -- Oggi per˛ questa stanza Ŕ mia, -- disse il burattino, -- e, se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro.
  -- Io non me ne ander˛ di qui, -- rispose il Grillo, -- se prima non ti avr˛ detto una gran veritÓ.
  -- Dimmela e spicciati.
  -- Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna. Non avranno mai bene in questo mondo, e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.
  -- Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani, all'alba, voglio andarmene di qui, perchÚ se rimango qui, avverrÓ a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola e per amore o per forza mi toccherÓ studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia e mi diverto pi˙ a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido.
  -- Povero grullerello! Ma non sai che, facendo cosÝ, diventerai da grande un bellissimo somaro e che tutti si piglieranno gioco di te?
  -- Chetati. Grillaccio del mal'augurio! -- grid˛ Pinocchio. Ma il Grillo, che era paziente e filosofo, invece di aversi a male di questa impertinenza, continu˛ con lo stesso tono di voce:
  -- E se non ti garba di andare a scuola, perchÚ non impari almeno un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?
  -- Vuoi che te lo dica? -- replic˛ Pinocchio, che cominciava a perdere la pazienza. -- Fra tutti i mestieri del mondo non ce n'Ŕ che uno solo, che veramente mi vada a genio.
  -- E questo mestiere sarebbe?
  -- Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo.
  -- Per tua regola, -- disse il Grillo parlante con la sua solita calma, -- tutti quelli che fanno codesto mestiere finiscono sempre allo spedale o in prigione.
  -- Bada, Grillaccio del malaugurio,... se mi monta la bizza, guai a te!
  -- Povero Pinocchio, Mi fai proprio compassione.
  -- PerchÚ ti faccio compassione?
  -- PerchÚ sei un burattino e, quel che Ŕ peggio, perchÚ hai la testa di legno.
  A queste ultime parole, Pinocchio salt˛ su tutt'infuriato e preso sul banco un martello di legno lo scagli˛ contro il Grillo parlante. Forse non credeva nemmeno di colpirlo: ma disgraziatamente lo colse per l'appunto nel capo, tanto che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare cri-cri-cri, e poi rimase lÝ stecchito e appiccicato alla parete.



V.

PINOCCHIO HA FAME E CERCA UN UOVO PER FARSI UNA FRITTATA, MA SUL PI˙ BELLO LA FRITTATA GLI VOLA VIA DALLA FINESTRA.

  Intanto cominci˛ a farsi notte, e Pinocchio, ricordandosi che non aveva mangiato nulla, senti un'uggiolina allo stomaco, che somigliava moltissimo all'appetito.
  Ma l'appetito nei ragazzi cammina presto; e di fatti dopo pochi minuti l'appetito divent˛ fame, e la fame, dal vedere al non vedere, si converti in una fame da lupi, una fame da tagliarsi col coltello.
  Il povero Pinocchio corse subito al focolare, dove c'era una pentola che bolliva e fece l'atto di scoperchiarla, per vedere che cosa ci fosse dentro, ma la pentola era dipinta sul muro. Figuratevi come rest˛. Il suo naso, che era giÓ lungo, gli divent˛ pi˙ lungo almeno quattro dita.
  Allora si dette a correre per la stanza e a frugare per tutte le cassette e per tutti i ripostigli in cerca di un po' di pane, magari un po' di pan secco, un crosterello, un osso avanzato al cane, un po' di polenta muffita, una lisca di pesce, un nocciolo di ciliegia, insomma di qualche cosa da masticare: ma non trov˛ nulla, il gran nulla, proprio nulla.
  E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre: e il povero Pinocchio non aveva altro sollievo che quello di sbadigliare: e faceva degli sbadigli cosi lunghi, che qualche volta la bocca gli arrivava fino agli orecchi. E dopo avere sbadigliato, sputava, e sentiva che lo stomaco gli andava via.
  Allora piangendo e disperandosi, diceva:
  -- Il Grillo parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa... Se il mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire di sbadigli. Oh, che brutta malattia che Ŕ la fame!
  Quand'ecco gli parve di vedere nel monte della spazzatura qualche cosa di tondo e di bianco, che somigliava tutto a un uovo di gallina. Spiccare un salto e gettarvisi sopra, fu un punto solo. Era un uovo davvero.
  La gioia del burattino Ŕ impossibile descriverla: bisogna sapersela figurare. Credendo quasi che fosse un sogno, si rigirava quest'uovo fra le mani, e lo toccava e lo baciava, e baciandolo diceva:
  -- E ora come dovr˛ cuocerlo? Ne far˛ una frittata... No, Ŕ meglio cuocerlo nel piatto... O non sarebbe pi˙ saporito se lo friggessi in padella? O se invece lo cuocessi a uso uovo da bere?... No, la pi˙ lesta di tutte Ŕ di cuocerlo nel piatto o nel tegamino: ho troppa voglia di mangiarmelo.
Detto fatto, pose un tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa: messe nel tegamino, invece d'olio o di burro, un po' d'acqua e, quando l'acqua principi˛ a fumare, tac!... spezz˛ il guscio dell'uovo e fece l'atto di scodellarvelo dentro.
  Ma, invece della chiara e del torlo, scapp˛ fuori un pulcino tutto allegro e complimentoso il quale, facendo una bella riverenza, disse:
  -- Mille grazie, signor Pinocchio, d'avermi risparmiata la fatica di rompere il guscio. Arrivedella, stia bene e tanti saluti a casa.
  Ci˛ detto distese le ali e, infilata la finestra che era aperta, se ne vol˛ via a perdita d'occhio.
  Il povero burattino rimase lÝ, come incantato, cogli occhi fissi, colla bocca aperta e coi gusci delI'uovo in mano. Riavutosi, peraltro, dal primo sbigottimento, cominci˛ a piangere, a strillare, a battere i piedi in terra, per la disperazione, e piangendo diceva:
  -- Eppure il Grillo parlante aveva ragione. Se non fossi scappato di casa e se il mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire di fame. Oh, che brutta malattia che Ŕ la fame!
  E perchÚ il corpo gli seguitava a brontolare pi˙ che mai, e non sapeva come fare a chetarlo, pens˛ di uscir di casa e di dare una scappata al paesello vicino, nella speranza di trovare qualche persona caritatevole che gli avesse fatto l'elemosina di un po' di pane.



VI.

PINOCCHIO SI ADDORMENTA COI PIEDI SUL CALDANO E LA MATTINA DOPO SI SVEGLIA COI PIEDI TUTTI BRUCIATI.

  Per l'appunto era una nottataccia d'inferno. Tuonava forte forte, lampeggiava come se il cielo pigliasse fuoco, e un ventaccio freddo e strapazzone, fischiando rabbiosamente e sollevando un immenso nuvolo di polvere, faceva stridere e cigolare tutti gli alberi della campagna. Pinocchio aveva una gran paura dei tuoni e dei lampi: se non che la fame era pi˙ forte della paura: motivo per cui accost˛ l'uscio di casa, e presa la carriera, in un centinaio di salti arriv˛ fino al paese, colla lingua fuori e col fiato grosso, come un cane da caccia.
  Ma trova tutto buio e tutto deserto. Le botteghe erano chiuse; le porte di casa chiuse; le finestre chiuse; e nella strada nemmeno un cane. Pareva il paese dei morti.
  Allora Pinocchio, preso dalla disperazione e dalla fame, si attacc˛ al campanello d'una casa, e cominci˛ a suonare a distesa, dicendo dentro di sÚ:
  ź Qualcuno si affaccerÓ ╗.
  Difatti si affacci˛ un vecchino, col berretto da notte in capo, il quale grid˛ tutto stizzito:
  -- Che cosa volete a quest'ora?
  -- Che mi fareste il piacere di darmi un po' di pane?
  -- Aspettami costÝ che torno subito, -- rispose il vecchino, credendo di aver da fare con qualcuno di quei ragazzacci rompicollo che si divertono di notte a suonare i campanelli delle case, per molestare la gente per bene, che se la dorme tranquillamente.
  Dopo mezzo minuto la finestra si riaprÝ e la voce del solito vecchino grid˛ a Pinocchio:
  -- Fatti sotto e para il cappello.
  Pinocchio si lev˛ subito il suo cappelluccio; ma mentre faceva l'atto di pararlo, sentÝ pioversi addosso un'enorme catinellata d'acqua che lo annaffi˛ tutto dalla testa ai piedi, come se fosse un vaso di giranio appassito.
  Torn˛ a casa bagnato come un pulcino e rifinito dalla stanchezza e dalla fame e perchÚ non aveva pi˙ forza di reggersi ritto, si pose a sedere, appoggiando i piedi fradici e impillaccherati sopra un caldano pieno di brace accesa.
  E lÝ si addorment˛; e nel dormire, i piedi che erano di legno, gli presero fuoco e adagio adagio gli si carbonizzarono e diventarono cenere.
  E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero quelli d'un altro. Finalmente sul far del giorno si svegli˛, perchÚ qualcuno aveva bussato alla porta.
  -- Chi Ŕ? -- domand˛ sbadigliando e stropicciandosi gli occhi.
  -- Sono io, -- rispose una voce.
  Quella voce era la voce di Geppetto.



VII.

GEPPETTO TORNA A CASA, RIF└ I PIEDI AL BURATTINO E GLI D└ LA COLAZIONE CHE IL POVER'UOMO AVEVA PORTATA CON S╔.

  Il povero Pinocchio, che aveva sempre gli occhi fra il sonno, non s'era ancora avvisto dei piedi, che gli si erano tutti bruciati: per cui appena sentÝ la voce di suo padre, schizz˛ gi˙ dallo sgabello per correre a tirare il paletto; ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul pavimento.
  E nel battere in terra fece lo stesso rumore, che avrebbe fatto un sacco di mestoli. cascato da un quinto piano.
  -- Aprimi! -- intanto gridava Geppetto dalla strada.
  -- Babbo mio, non posso, -- rispondeva il burattino piangendo e ruzzolandosi per terra.
  -- PerchÚ non puoi?
  -- PerchÚ mi hanno mangiato i piedi.
  -- E chi te li ha mangiati?
  -- Il gatto, -- disse Pinocchio, vedendo il gatto che colle zampine davanti si divertiva a far ballare alcuni trucioli di legno.
  -- Aprimi, ti dico! -- ripetŔ Geppetto, -- se no quando vengo in casa, il gatto te lo do io!
  -- Non posso star ritto, credetelo. Oh, povero me, povero me, chÚ mi toccherÓ a camminare coi ginocchi per tutta la vita!...
  Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei fossero un'altra monelleria del burattino, pens˛ bene di farla finita, e arrampicatosi su per il muro, entr˛ in casa dalla finestra.
  Da principio voleva dire e voleva fare: ma poi quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora sentÝ intenerirsi; e presolo subito in collo, si dette a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine, e, coi luccioloni che gli cascavano gi˙ per le gote, gli disse singhiozzando:
  -- Pinocchiuccio mio, com'Ŕ che ti sei bruciato i piedi?
  -- Non lo so, babbo, ma credetelo che Ŕ stata una nottata d'inferno e me ne ricorder˛ fin che campo. Tonava, balenava e io avevo una gran fame e allora il Grillo parlante mi disse: ź Ti sta bene; sei stato cattivo, e te lo meriti ╗ e io gli dissi: ź Bada, Grillo!... ╗ e lui mi disse: ź Tu sei un burattino e hai la testa di legno ╗ e io gli tirai un martello di legno, e lui morÝ ma la colpa fu sua, perchÚ io non volevo ammazzarlo, prova ne sia che messi un tegamino sulla brace accesa del caldano, ma il pulcino scapp˛ fuori e disse: ź Arrivedella... e tanti saluti a casa ╗ e la fame cresceva sempre, motivo per cui quel vecchino col berretto da notte, affacciandosi alla finestra mi disse: ź Fatti sotto e para il cappello ╗ e io con quella catinellata d'acqua sul capo, perchÚ il chiedere un po' di pane non Ŕ vergogna, non Ŕ vero? me ne tornai subito a casa, e perchÚ avevo sempre una gran fame, messi i piedi sul caldano per rasciugarmi, e voi siete tornato, e me li sono trovati bruciati, e intanto la fame l'ho sempre e i piedi non li ho pi˙! Ih!... ih!... ih!... ih!...
  E il povero Pinocchio cominci˛ a piangere e a berciare cosÝ forte, che lo sentivano da cinque chilometri lontano.
  Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cioŔ che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tir˛ fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse:
  -- Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia.
  -- Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle.
  -- Sbucciarle? -- replic˛ Geppetto meravigliato. -- Non avrei mai creduto, ragazzo, mio, che tu fossi cosÝ boccuccia e cosÝ schizzinoso di palato. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare di tutto, perchÚ non si sa mai quel che ci pu˛ capitare. I casi son tanti!...
  -- Voi direte bene, -- soggiunse Pinocchio, -- ma io non manger˛ mai una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire.
  E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un coltellino, e armatosi di santa pazienza, sbucci˛ le tre pere, e pose tutte le bucce sopra un angolo della tavola.
  Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece l'atto di buttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il braccio, dicendogli:
  -- Non lo buttar via: tutto in questo mondo pu˛ far comodo.
  -- Ma io il torsolo non lo mangio davvero, -- grid˛ il burattino, rivoltandosi come una vipera.
  -- Chi lo sa! I casi son tanti!... -- ripetŔ Geppetto, senza riscaldarsi.
  Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere gettati fuori dalla finestra, vennero posati sull'angolo della tavola in compagnia delle bucce.
  Mangiate o, per dir meglio, divorate le tre pere, Pinocchio fece un lunghissimo sbadiglio e disse piagnucolando:
  -- Ho dell'altra fame!
  -- Ma io, ragazzo mio, non ho pi˙ nulla da darti.
  -- Proprio nulla, nulla?
  -- Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera.
  -- Pazienza! -- disse Pinocchio, -- se non c'Ŕ altro, manger˛ una buccia.
  E cominci˛ a masticare. Da principio storse un po' la bocca; ma poi, una dietro l'altra, spolver˛ in un soffio tutte le bucce: e dopo le bucce, anche i torsoli, e quand'ebbe finito di mangiare ogni cosa, si battŔ tutto contento le mani sul corpo, e disse gongolando:
  -- Ora sÝ che sto bene!
  -- Vedi dunque, -- osserv˛ Geppetto, -- che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi nÚ troppo sofistici nÚ troppo delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci pu˛ capitare in questo mondo. I casi son tanti!...



VIII.

GEPPETTO RIF└ I PIEDI A PINOCCHIO E VENDE LA PROPRIA CASACCA PER COMPRARGLI L'ABBECEDARIO.

  Il burattino, appena che si fu levata la fame, cominci˛ subito a bofonchiare e a piangere, perchÚ voleva un paio di piedi nuovi.
  Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta lo lasci˛ piangere e disperarsi per una mezza giornata: poi gli disse:
  -- E perchÚ dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappar di nuovo da casa tua?
  -- Vi prometto, -- disse il burattino singhiozzando, -- che da oggi in poi sar˛ buono.
  -- Tutti i ragazzi, -- replic˛ Geppetto, -- quando vogliono ottenere qualcosa, dicono cosÝ.
  -- Vi prometto che ander˛ a scuola, studier˛ e mi far˛ onore.
  -- Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere qualcosa, ripetono la medesima storia.
  -- Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io sono pi˙ buono di tutti e dico sempre la veritÓ. Vi prometto, babbo, che imparer˛ un'arte e che sar˛ la consolazione e il bastone della vostra vecchiaia.
  Geppetto che, sebbene facesse il viso di tiranno, aveva gli occhi pieni di pianto e il cuore grosso dalla passione di vedere il suo povero Pinocchio in quello stato compassionevole, non rispose altre parole: ma, presi in mano gli arnesi del mestiere e due pezzetti di legno stagionato, si pose a lavorare di grandissimo impegno.
  E in meno d'un'ora, i piedi erano bell'e fatti; due piedini svelti, asciutti e nervosi, come se fossero modellati da un artista di genio.
  Allora Geppetto disse al burattino:
  -- Chiudi gli occhi e dormi.
  E Pinocchio chiuse gli occhi e fece finta di dormire. E nel tempo che si fingeva addormentato, Geppetto con un po' di colla sciolta in un guscio d'uovo gli appiccic˛ i due piedi al loro posto, e glieli appiccic˛ cosÝ bene, che non si vedeva nemmeno il segno dell'attaccatura.
  Appena il burattino si accorse di avere i piedi, salt˛ gi˙ dalla tavola dove stava disteso, e principi˛ a fare mille sgambetti e mille capriole, come se fosse ammattito dalla gran contentezza.
  -- Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me, -- disse Pinocchio al suo babbo, -- voglio subito andare a scuola.
  -- Bravo, ragazzo!
  -- Ma per andare a scuola ho bisogno d'un po' di vestito.
  Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo, gli fece allora un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza di albero e un berrettino di midolla di pane.
  Pinocchio corse subito a specchiarsi in una catinella piena d'acqua e rimase cosÝ contento di sÚ, che disse pavoneggiandosi:
  -- Paio proprio un signore!
  -- Davvero, -- replic˛ Geppetto, -- perchÚ, tienlo a mente, non Ŕ il vestito bello che fa il signore. ma Ŕ piuttosto il vestito pulito.
  -- A proposito, -- soggiunse il burattino, -- per andare alla scuola mi manca sempre qualcosa: anzi mi manca il pi˙ e il meglio.
  -- CioŔ?
  -- Mi manca l'Abbecedario.
  -- Hai ragione: ma come si fa per averlo?
  -- ╚ facilissimo: si va da un libraio e si compra.
  -- E i quattrini?
  -- Io non ce l'ho.
  -- Nemmeno io, -- soggiunse il buon vecchio, facendosi tristo.
  E Pinocchio, sebbene fosse un ragazzo allegrissimo, si fece tristo anche lui: perchÚ la miseria, quando Ŕ miseria davvero, la intendono tutti: anche i ragazzi.
  -- Pazienza! -- grid˛ Geppetto tutt'a un tratto rizzandosi in piedi; e infilatasi la vecchia casacca di fustagno, tutta toppe e rimendi, uscÝ correndo di casa.
  Dopo poco torn˛: e quando torn˛ aveva in mano l'Abbecedario per il figliolo, ma la casacca non l'aveva pi˙. Il pover'uomo era in maniche di camicia, e fuori nevicava.
  -- E la casacca, babbo?
  -- L'ho venduta.
  -- PerchÚ l'avete venduta?
  -- PerchÚ mi faceva caldo.
  Pinocchio capÝ questa risposta a volo, e non potendo frenare l'impeto del suo buon cuore, salt˛ al collo di Geppetto e cominci˛ a baciarlo per tutto il viso.



IX.

PINOCCHIO VENDE L'ABBECEDARIO PER ANDARE A VEDERE IL TEATRINO DEI BURATTINI.

  Smesso che fu di nevicare, Pinocchio, col suo bravo Abbecedario nuovo sotto il braccio, prese la strada che menava alla scuola: e strada facendo, fantasticava nel suo cervellino mille ragionamenti e mille castelli in aria, uno pi˙ bello dell'altro.
  E discorrendo da sÚ solo diceva:
  ź Oggi alla scuola voglio subito imparare a leggere, domani poi imparer˛ a scrivere e domani l'altro imparer˛ a fare i numeri. Poi, colla mia abilitÓ, guadagner˛ molti quattrini e coi primi quattrini che mi verranno in tasca, voglio subito fare al mio babbo una bella casacca di panno. Ma che dico di panno? Gliela voglio fare tutta d'argento e d'oro, e coi bottoni di brillanti. E quel pover'uomo se la merita davvero: perchÚ, insomma, per comprarmi i libri e per farmi istruire, Ŕ rimasto in maniche di camicia... a questi freddi! Non ci sono che i babbi che sieno capaci di certi sacrifizi ╗.
  Mentre tutto commosso diceva cosÝ gli parve di sentire in lontananza una musica di pifferi e di colpi di grancassa: pÝ-pÝ-pÝ, pÝ-pÝ-pÝ, zum, zum, zum, zum.
  Si ferm˛ e stette in ascolto. Quei suoni venivano di fondo a una lunghissima strada traversa, che conduceva a un piccolo paesetto fabbricato sulla spiaggia del mare.
  -- Che cosa sia questa musica? Peccato che io debba andare a scuola, se no...
  E rimase lÝ perplesso. A ogni modo, bisognava prendere una risoluzione: o a scuola, o a sentire i pifferi.
  -- Oggi ander˛ a sentire i pifferi, e domani a scuola: per andare a scuola c'Ŕ sempre tempo, -- disse finalmente quel monello facendo una spallucciata.
  Detto fatto, infil˛ gi˙ per la strada traversa, e cominci˛ a correre a gambe. Pi˙ correva e pi˙ sentiva distinto il suono dei pifferi e dei tonfi della grancassa: pÝ pÝ pÝ... zum, zum, zum, zum.
  Quand'ecco che si trov˛ in mezzo a una piazza tutta piena di gente, la quale si affollava intorno a un gran baraccone di legno e di tela dipinta di mille colori.
  -- Che cos'Ŕ quel baraccone? -- domand˛ Pinocchio, voltandosi a un ragazzetto che era lÝ del paese.
  -- Leggi il cartello, che c'Ŕ scritto, e lo saprai.
  -- Lo leggerei volentieri, ma per l'appunto oggi non so leggere.
  -- Bravo, bue! Allora te lo legger˛ io. Sappi dunque che in quel cartello a lettere rosse come il fuoco, c'Ŕ scritto: GRAN TEATRO DEI BURATTINI.
  -- ╚ molto che Ŕ incominciata la commedia?
  -- Comincia ora.
  -- E quanto si spende per entrare?
  -- Quattro soldi.
  Pinocchio, che aveva addosso la febbre della curiositÓ, perse ogni ritegno, e disse senza vergognarsi al ragazzetto, col quale parlava:
  -- Mi daresti quattro soldi fino a domani?
  -- Te li darei volentieri, -- gli rispose l'altro canzonandolo, -- ma oggi per l'appunto non te li posso dare.
  -- Per quattro soldi, ti vendo la mia giacchetta, -- gli disse allora il burattino.
  -- Che vuoi che mi faccia di una giacchetta di carta fiorita? Se ci piove su, non c'Ŕ pi˙ verso di cavartela da dosso.
  -- Vuoi comprare le mie scarpe?
  -- Sono buone per accendere il fuoco.
  -- Quanto mi dai del berretto?
  -- Bell'acquisto davvero! Un berretto di midolla di pane! C'Ŕ il caso che i topi me lo vengano a mangiare in capo.
  Pinocchio era sulle spine. Stava lÝ lÝ per fare un'ultima offerta: ma non aveva coraggio; esitava, tentennava, pativa. Alla fine disse:
  -- Vuoi darmi quattro soldi di quest'Abbecedario nuovo?
  -- Io sono un ragazzo, e non compro nulla dai ragazzi, -- gli rispose il suo piccolo interlocutore, che aveva molto pi˙ giudizio di lui.
  -- Per quattro soldi l'Abbecedario lo prendo io, -- grid˛ un rivenditore di panni usati, che s'era trovato presente alla conversazione.
  E il libro fu venduto lÝ sui due piedi. E pensare che quel pover'uomo di Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in maniche di camicia, per comprare l'Abbecedario al figliolo!



X.

I BURATTINI RICONOSCONO IL LORO FRATELLO PINOCCHIO E GLI FANNO UNA GRANDISSIMA FESTA; MA SUL PI˙ BELLO ESCE FUORI IL BURATTINAIO MANGIAFOCO, E PINOCCHIO CORRE IL PERICOLO DI FARE UNA BRUTTA FINE.

  Quando Pinocchio entr˛ nel teatrino delle marionette, accadde un fatto che dest˛ mezza rivoluzione.
  Bisogna sapere che il sipario era tirato su e la commedia era giÓ incominciata.
  Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulcinella, che bisticciavano fra di loro e, secondo il solito, minacciavano da un momento all'altro di scambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate.
  La platea, tutta attenta, si mandava a male dalle grandi risate, nel sentire il battibecco di quei due burattini, che gestivano e si trattavano d'ogni vitupero con tanta veritÓ, come se fossero proprio due animali ragionevoli e due persone di questo mondo.
  Quando all'improvviso, che Ŕ che non Ŕ, Arlecchino smette di recitare, e voltandosi verso il pubblico e accennando colla mano qualcuno in fondo alla platea, comincia a urlare in tono drammatico:
  -- Numi del firmamento! sogno o son desto? Eppure quello laggi˙ Ŕ Pinocchio.
  -- ╚ Pinocchio davvero, -- grida Pulcinella.
  -- ╚ proprio lui, -- strilla la signora Rosaura, facendo capolino di fondo alla scena.
  -- ╚ Pinocchio, Ŕ Pinocchio! -- urlano in coro tutti i burattini, uscendo a salti fuori delle quinte. -- ╚ Pinocchio! ╚ il nostro fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio.
  -- Pinocchio, vieni quass˙ da me, -- grida Arlecchino, -- vieni a gettarti fra le braccia dei tuoi fratelli di legno!
  A questo affettuoso invito Pinocchio spicca un salto, e di fondo alla platea va nei posti distinti; poi con un altro salto, dai posti distinti monta sulla testa del direttore d'orchestra, e di lÝ schizza sul palcoscenico.
  ╚ impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i pizzicotti dell'amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza, che Pinocchio ricevŔ in mezzo a tanto arruffio dagli attori e dalle attrici di quella compagnia drammatico-vegetale.
  Questo spettacolo era commovente, non c'Ŕ che dire: ma il pubblico della platea, vedendo che la commedia non andava pi˙ avanti, s'impazientÝ e prese a gridare:
  -- Vogliamo la commedia, vogliamo la commedia!
  Tutto fiato buttato via, perchÚ i burattini, invece di continuare la recita, raddoppiarono il chiasso e le grida, e, postosi Pinocchio sulle spalle, se lo portarono in trionfo davanti ai lumi della ribalta.
  Allora uscÝ fuori il burattinaio, un omone cosÝ brutto, che metteva paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio d'inchiostro, e tanto lunga che gli scendeva dal mento fino a terra: basta dire che, quando camminava, se la pestava coi piedi. La sua bocca era larga come un forno, i suoi occhi parevano due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di dietro, e con le mani faceva schioccare una grossa frusta, fatta di serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme.
  All'apparizione inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti: nessuno fiat˛ pi˙. Si sarebbe sentito volare una mosca. Quei poveri burattini, maschi e femmine, tremavano tutti come tante foglie.
  -- PerchÚ sei venuto a mettere lo scompiglio nel mio teatro? -- domand˛ il burattinaio a Pinocchio, con un vocione d'Orco gravemente infreddato di testa.
  -- La creda, illustrissimo, che la colpa non Ŕ stata mia.
  -- Basta cosi! Stasera faremo i nostri conti.
  Difatti, finita la recita della commedia, il burattinaio and˛ in cucina, dov'egli s'era preparato per cena un bel montone, che girava lentamente infilato nello spiedo. E perchÚ gli mancavano la legna per finirlo di cuocere e di rosolare, chiam˛ Arlecchino e Pulcinella e disse loro:
  -- Portatemi di qua quel burattino che troverete attaccato al chiodo. Mi pare un burattino fatto di un legname molto asciutto, e sono sicuro che, a buttarlo sul fuoco, mi darÓ una bellissima fiammata all'arrosto.
  Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono; ma impauriti da un'occhiataccia del loro padrone, obbedirono: e dopo poco tornarono in cucina, portando sulle braccia il povero Pinocchio, il quale, divincolandosi come un'anguilla fuori dell'acqua, strillava disperatamente:
  -- Babbo mio, salvatemi! Non voglio morire, non voglio morire.



XI.

MANGIAFOCO STARNUTISCE E PERDONA A PINOCCHIO, IL QUALE POI DIFENDE DALLA MORTE IL SUO AMICO ARLECCHINO.

  Il burattinaio Mangiafoco che (questo era il suo nome) pareva un uomo spaventoso, non dico di no, specie con quella sua barbaccia nera che, a uso grembiale, gli copriva tutto il petto e tutte le gambe; ma nel fondo poi non era un cattiv'uomo. Prova ne sia che quando vide portarsi davanti quel povero Pinocchio, che si dibatteva per ogni verso, urlando ź Non voglio morire, non voglio morire! ╗ principi˛ subito a commuoversi e a impietosirsi e, dopo aver resistito un bel pezzo, alla fine non ne potÚ pi˙, e lasci˛ andare un sonorissimo starnuto.
  A quello starnuto, Arlecchino, che fin allora era stato afflitto e ripiegato come un salcio piangente, si fece tutto allegro in viso, e chinatosi verso Pinocchio, gli bisbigli˛ sottovoce:
  -- Buone nuove, fratello. Il burattinaio ha starnutito, e questo Ŕ segno che s'Ŕ mosso a compassione per te, e oramai sei salvo.
  PerchÚ bisogna sapere che, mentre tutti gli uomini, quando si sentono impietositi per qualcuno, o piangono o per lo meno fanno finta di rasciugarsi gli occhi, Mangiafoco, invece, ogni volta che s'inteneriva davvero, aveva il vizio di starnutire. Era un modo come un altro, per dare a conoscere agli altri la sensibilitÓ del suo cuore.
  Dopo aver starnutito, il burattinaio, seguitando a fare il burbero, grid˛ a Pinocchio:
  -- Finiscila di piangere! I tuoi lamenti mi hanno messo un'uggiolina in fondo allo stomaco... Sento uno spasimo, che quasi quasi... EtcÝ, etcÝ, -- e fece altri due starnuti.
  -- FelicitÓ, -- disse Pinocchio.
  -- Grazie. E il tuo babbo e la tua mamma sono sempre vivi? -- gli domand˛ Mangiafoco.
  -- Il babbo, sÝ; la mamma non l'ho mai conosciuta.
  -- Chi lo sa che dispiacere sarebbe per il tuo vecchio padre, se ora ti facessi gettare fra que' carboni ardenti! Povero vecchio, lo compatisco!... EtcÝ, etcÝ, etcÝ -- e fece altri tre starnuti.
  -- FelicitÓ! -- disse Pinocchio.
  -- Grazie! Del resto bisogna compatire anche me, perchÚ, come vedi, non ho pi˙ legna per finire di cuocere quel montone arrosto, e tu, dico la veritÓ, in questo caso mi avresti fatto un gran comodo. Ma oramai mi sono impietosito e ci vuol pazienza. Invece di te, metter˛ a bruciare sotto lo spiedo qualche burattino della mia Compagnia. OlÓ, giandarmi!
  A questo comando comparvero subito due giandarmi di legno, lunghi lunghi, secchi secchi, col cappello a lucerna in testa e colla sciabola sfoderata in mano.
  Allora il burattinaio disse loro con voce rantolosa:
  -- Pigliatemi lÝ quell'Arlecchino, legatelo ben bene, e poi gettatelo a bruciare sul fuoco. Io voglio che il mio montone sia arrostito bene.
  Figuratevi il povero Arlecchino! Fu tanto il suo spavento, che le gambe gli si ripiegarono e cadde bocconi per terra.
  Pinocchio, alla vista di quello spettacolo straziante, and˛ a gettarsi ai piedi del burattinaio e piangendo dirottamente e bagnandogli di lacrime tutti i peli della lunghissima barba, cominci˛ a dire con voce supplichevole:
  -- PietÓ, signor Mangiafoco!
  -- Qui non ci son signori, -- replic˛ duramente il burattinaio.
  -- PietÓ, signor Cavaliere!
  -- Qui non ci son cavalieri!
  -- PietÓ, signor Commendatore!
  -- Qui non ci son commendatori.
  -- PietÓ, Eccellenza!
  A sentirsi chiamare Eccellenza il burattinaio fece subito il bocchino tondo, e diventato tutt'a un tratto pi˙ umano e pi˙ trattabile, disse a Pinocchio:
  -- Ebbene, che cosa vuoi da me?
  -- Vi domando grazia per il povero Arlecchino.
  -- Qui non c'Ŕ grazia che tenga. Se ho risparmiato te, bisogna che faccia mettere sul fuoco lui, perchÚ io voglio che il mio montone sia arrostito bene.
  -- In questo caso, -- grid˛ fieramente Pinocchio, rizzandosi e gettando via il suo berretto di midolla di pane, -- in questo caso conosco qual Ŕ il mio dovere. Avanti, signori giandarmi! Legatemi e gettatemi lÓ fra quelle fiamme. No, non Ŕ giusta che il povero Arlecchino, il vero amico mio, debba morire per me.
  Queste parole, pronunziate con voce alta e con accento eroico, fecero piangere tutti i burattini che erano presenti a quella scena. Gli stessi giandarmi, sebbene fossero di legno, piangevano come due agnellini di latte.
  Mangiafoco, sul principio, rimase duro e immobile come un pezzo di ghiaccio: ma poi, adagio adagio, cominci˛ anche lui a commuoversi e a starnutire. E fatti quattro o cinque starnuti, aprÝ affettuosamente le braccia e disse a Pinocchio:
  -- Tu sei un gran bravo ragazzo: Vieni qua da me e dammi un bacio.
  Pinocchio corse subito, e arrampicandosi come uno scoiattolo su per la barba del burattinaio, and˛ a posargli un bellissimo bacio sulla punta del naso.
  -- Dunque la grazia Ŕ fatta? -- domand˛ il povero Arlecchino, con un fil di voce che si sentiva appena.
  -- La grazia Ŕ fatta, -- rispose Mangiafoco; poi soggiunse sospirando e tentennando il capo:
  -- Pazienza! Per questa sera mi rassegner˛ a mangiare il montone mezzo crudo; ma un'altra volta guai a chi toccherÓ!
  Alla notizia della grazia ottenuta, i burattini corsero tutti sul palcoscenico e, accesi i lumi e i lampadari come in serata di gala, cominciarono a saltare e a ballare. Era l'alba e ballavano sempre.



XII.

IL BURATTINAIO MANGIAFOCO REGALA CINQUE MONETE D'ORO A PINOCCHIO, PERCH╔ LE PORTI AL SUO BABBO GEPPETTO, E PINOCCHIO INVECE SI LASCIA ABBINDOLARE DALLA VOLPE E DAL GATTO E SE NE VA CON LORO.

  Il giorno dipoi Mangiafoco chiam˛ in disparte Pinocchio e gli domand˛:
  -- Come si chiama tuo padre?
  -- Geppetto.
  -- E che mestiere fa?
  -- Il povero.
  -- Guadagna molto?
  -- Guadagna tanto, quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca. Si figuri che per comprarmi l'Abbecedario della scuola dovŔ vendere l'unica casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una piaga.
  -- Povero diavolo, mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete d'oro. Vai subito a portargliele e salutalo tanto da parte mia.
  Pinocchio, com'Ŕ facile immaginarselo, ringrazi˛ mille volte il burattinaio, abbracci˛, a uno a uno, tutti i burattini della Compagnia, anche i giandarmi: e fuori di sÚ dalla contentezza, si mise in viaggio per tornarsene a casa sua.
  Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontr˛ per la strada una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt'e due gli occhi, che se ne andavano lÓ lÓ, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di sventura. La Volpe che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe.
  -- Buon giorno, Pinocchio, -- gli disse la Volpe, salutandolo garbatamente.
  -- Com'Ŕ che sai il mio nome? -- domand˛ il burattino.
  -- Conosco bene il tuo babbo.
  -- Dove l'hai veduto?
  -- L'ho veduto ieri sulla porta di casa sua.
  -- E che cosa faceva?
  -- Era in maniche di camicia e tremava dal freddo.
  -- Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremerÓ pi˙.
  -- PerchÚ?
  -- PerchÚ io sono diventato un gran signore.
  -- Un gran signore tu? -- disse la Volpe, e cominci˛ a ridere di un riso sguaiato e canzonatore: e il Gatto rideva anche lui, ma per non darlo a vedere, si pettinava i baffi colle zampe davanti.
  -- C'Ŕ poco da ridere, -- grid˛ Pinocchio impermalito. -- Mi dispiace davvero di farvi venire l'acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne intendete, sono cinque bellissime monete d'oro.
  E tir˛ fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco.
  Al simpatico suono di quelle monete la Volpe, per un moto involontario, allung˛ la gamba che pareva rattrappita, e il Gatto spalanc˛ tutt'e due gli occhi, che parvero due lanterne verdi: ma poi li richiuse subito, tant'Ŕ vero che Pinocchio non si accorse di nulla.
  -- E ora, -- gli domand˛ la Volpe, -- che cosa vuoi farne di codeste monete?
  -- Prima di tutto, -- rispose il burattino, -- voglio comprare per il mio babbo una bella casacca nuova, tutta d'oro e d'argento e coi bottoni di brillanti; e poi voglio comprare un abbecedario per me.
  -- Per te?
  -- Davvero: perchÚ voglio andare a scuola e mettermi a studiare a buono.
  -- Guarda me! -- disse la Volpe. -- Per la passione sciocca di studiare ho perduto una gamba.
  -- Guarda me! -- disse il Gatto. -- Per la passione sciocca di studiare ho perduto la vista di tutti e due gli occhi.
  In quel mentre un Merlo bianco, che se ne stava appollaiato sulla siepe della strada, fece il solito verso e disse:
  -- Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te ne pentirai!
  Povero Merlo, non l'avesse mai detto! Il Gatto, spiccando un gran salto, gli si avvent˛ addosso, e senza dargli nemmeno il tempo di dire ohi, se lo mangi˛ in un boccone, con le penne e tutto.
  Mangiato che l'ebbe e ripulitasi la bocca, chiuse gli occhi daccapo e ricominci˛ a fare il cieco, come prima.
  -- Povero Merlo, -- disse Pinocchio al Gatto, -- perchÚ l'hai trattato cosÝ male?
  -- Ho fatto per dargli una lezione. CosÝ un'altra volta imparerÓ a non metter bocca nei discorsi degli altri.
  Erano giunti pi˙ che a mezza strada, quando la Volpe, fermandosi di punto in bianco, disse al burattino:
  -- Vuoi raddoppiare le tue monete d'oro?
  -- CioŔ?
  -- Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?
  -- Magari! E la maniera?
  -- La maniera Ŕ facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti venire con noi.
  -- E dove mi volete condurre?
  -- Nel paese dei Barbagianni.
  Pinocchio ci pens˛ un poco, e poi disse risolutamente:
  -- No, non ci voglio venire. Oramai sono vicino a casa, e voglio andarmene a casa, dove c'Ŕ il mio babbo che m'aspetta. Chi lo sa, povero vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non vedermi tornare. Pur troppo io sono stato un figliolo cattivo, e il Grillo parlante aveva ragione quando diceva: ź I ragazzi disubbidienti non possono aver bene in questo mondo ╗. E io l'ho provato a mie spese, PerchÚ mi sono capitate dimolte disgrazie, e anche ieri sera in casa di Mangiafoco, ho corso pericolo... Brrr! mi viene i bordoni soltanto a pensarci!
  -- Dunque, -- disse la Volpe, -- vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e tanto peggio per te.
  -- Tanto peggio per te! -- ripetŔ il Gatto.
  -- Pensaci bene, Pinocchio, perchÚ tu dai un calcio alla fortuna.
  -- Alla fortuna! -- ripetŔ il Gatto.
  -- I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani sarebbero diventati duemila.
  -- Duemila! -- ripetŔ il Gatto.
  -- Ma com'Ŕ mai possibile che diventino tanti? -- domand˛ Pinocchio, restando a bocca aperta dallo stupore.
  -- Te lo spiego subito, -- disse la Volpe. -- Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c'Ŕ un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d'oro. Poi ricuopri la buca con un po' di terra: l'annaffi con due secchie d'acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell'albero carico di tanti zecchini d'oro, quanti chicchi di grano pu˛ avere una bella spiga nel mese di giugno.
  -- SicchÚ dunque, -- disse Pinocchio sempre pi˙ sbalordito, -- se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini ci troverei?
  -- ╚ un conto facilissimo, -- rispose la Volpe, -- un conto che puoi farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemila cinquecento zecchini lampanti e sonanti.
  -- Oh, che bella cosa! -- grid˛ Pinocchio, ballando dall'allegrezza. -- Appena che questi zecchini gli avr˛ raccolti, ne prender˛ per me duemila e gli altri cinquecento di pi˙ li dar˛ in regalo a voi altri due.
  -- Un regalo a noi? -- grid˛ la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. -- Dio te ne liberi!
  -- Te ne liberi! -- ripetŔ il Gatto.
  -- Noi, -- riprese la Volpe, -- non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri.
  -- Gli altri! -- ripetŔ il Gatto.
  ź Che brave persone! ╗ pens˛ dentro di sÚ Pinocchio. E, dimenticandosi lÝ sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova, dell'Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla Volpe e al Gatto:
  -- Andiamo subito: io vengo con voi.



XIII.

L'OSTERIA DEL GAMBERO ROSSO.

  Cammina, cammina, cammina, alla fine sul far della sera arrivarono stanchi morti all'osteria del Gambero Rosso.
  -- Fermiamoci un po' qui, -- disse la Volpe, -- tanto per mangiare un boccone e per riposarci qualche ora. A mezzanotte poi ripartiremo per essere domani, all'alba, nel Campo dei miracoli.
  Entrati nell'osteria, si posero tutti e tre a tavola: ma nessuno di loro aveva appetito.
  Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non potÚ mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana: e perchÚ la trippa non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato.
  La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, cosÝ dovŔ contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d'uva paradisa; e poi non volle altro. Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla alla bocca.
  Quello che mangi˛ meno di tutti fu Pinocchio. Chiese uno spicchio di noce e un cantuccino di pane, e lasci˛ nel piatto ogni cosa. Il povero figliolo col pensiero sempre fisso al Campo dei miracoli, aveva preso un'indigestione anticipata di monete d'oro.
  Quand'ebbero cenato, la Volpe disse all'oste:
  -- Dateci due buone camere, una per il signor Pinocchio e un'altra per me e per il mio compagno. Prima di ripartire schiacceremo un sonnellino. Ricordatevi per˛ che a mezzanotte vogliamo essere svegliati per continuare il nostro viaggio.
  -- Sissignori, -- rispose l'oste e strizz˛ l'occhio alla Volpe e al Gatto, come dire: ź Ho mangiata la foglia e ci siamo intesi ╗.
  Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si addorment˛ a colpo e principi˛ a sognare. E sognando gli pareva di essere in mezzo a un campo, e questo campo era pieno di arboscelli carichi di grappoli, e questi grappoli erano carichi di zecchini d'oro che, dondolandosi mossi dal vento, facevano zin zin zin, quasi volessero dire ź chi ci vuole venga a prenderci ╗. Ma quando Pinocchio fu sul pi˙ bello, quando, cioŔ, allung˛ la mano per prendere a manciate tutte quelle belle monete e mettersele in tasca, si trov˛ svegliato all'improvviso da tre violentissimi colpi dati nella porta di camera.
  Era l'oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era suonata.
  -- E i miei compagni sono pronti? -- gli domand˛ il burattino.
  -- Altro che pronti! Sono partiti due ore fa.
  -- PerchÚ mai tanta fretta?
  -- PerchÚ il Gatto ha ricevuto un'imbasciata, che il suo gattino maggiore, malato di geloni ai piedi, stava in pericolo di vita.
  -- E la cena l'hanno pagata?
  -- Che vi pare? Quelle lÝ sono persone troppo educate perchÚ facciano un affronto simile alla signoria vostra.
  -- Peccato! Quest'affronto mi avrebbe fatto tanto piacere! -- disse Pinocchio, grattandosi il capo. Poi domand˛:
  -- E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici?
  -- Al Campo dei miracoli, domattina, allo spuntare del giorno.
  Pinocchio pag˛ uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoi compagni, e dopo partÝ.
  Ma si pu˛ dire che partisse a tastoni, perchÚ fuori dell'osteria c'era un buio cosÝ buio, che non ci si vedeva da qui a lÝ. Nella campagna all'intorno non si sentiva alitare una foglia. Solamente alcuni uccellacci notturni, traversando la strada da una siepe all'altra, venivano a sbattere le ali sul naso di Pinocchio, il quale, facendo un salto indietro per la paura, gridava: ź Chi va lÓ? ╗, e l'eco delle colline circostanti ripeteva in lontananza: Chi va lÓ? chi va lÓ? chi va lÓ?
  Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di un albero un piccolo animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente.
  -- Chi sei? -- gli domand˛ Pinocchio.
  -- Sono l'ombra del Grillo parlante, -- rispose l'animaletto, con una vocina fioca fioca, che pareva venisse dal mondo di lÓ.
  -- Che vuoi da me? -- disse il burattino.
  -- Voglio darti un consiglio. Ritorna indietro e porta i quattro zecchini, che ti sono rimasti, al tuo povero babbo che piange e si dispera per non averti pi˙ veduto.
  -- Domani il mio babbo sarÓ un gran signore, perchÚ questi quattro zecchini diventeranno duemila.
  -- Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni. DÓi retta a me, ritorna indietro.
  -- E io, invece, voglio andare avanti.
  -- L'ora Ŕ tarda!...
  -- Voglio andare avanti.
  -- La nottata Ŕ scura...
  -- Voglio andare avanti.
  -- La strada Ŕ pericolosa...
  -- Voglio andare avanti.
  -- Ricordati che i ragazzi che vogliono fare di loro capriccio e a modo loro, prima o poi se ne pentono.
  -- Le solite storie. Buona notte, Grillo.
  -- Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla guazza e dagli assassini.
  Appena dette queste ultime parole, il Grillo parlante si spense a un tratto, come si spenge un lume soffiandoci sopra, e la strada rimase pi˙ buia di prima.



XIV.

PINOCCHIO, PER NON AVER DATO RETTA AI BUONI CONSIGLI DEL GRILLO PARLANTE, S'IMBATTE NEGLI ASSASSINI.

  ź Davvero, -- disse fra sÚ il burattino rimettendosi in viaggio, -- come siamo disgraziati noialtri poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci danno consigli. A lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri; tutti: anche i Grilli parlanti. Ecco qui: perchÚ io non ho voluto dar retta a quell'uggioso di Grillo, chi lo sa quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero accadere. Dovrei incontrare anche gli assassini! Meno male che agli assassini io non ci credo, nÚ ci ho creduto mai. Per me gli assassini sono stati inventati apposta dai babbi, per far paura ai ragazzi che vogliono andare fuori la notte. E poi se anche li trovassi qui sulla strada, mi darebbero forse soggezione? Neanche per sogno. Anderei loro sul viso, gridando: "Signori assassini, che cosa vogliono da me? Si rammentino che con me non si scherza. Se ne vadano dunque per i fatti loro, e zitti!". A questa parlantina fatta sul serio, quei poveri assassini, mi par di vederli, scapperebbero via come il vento. Caso poi fossero tanto ineducati da non voler scappare, allora scapperei io, e cosÝ la farei finita... ╗
  Ma Pinocchio non potÚ finire il suo ragionamento, perchÚ in quel punto gli parve di sentire dietro di sÚ un leggerissimo fruscio di foglie.
  Si volt˛ a guardare e vide nel buio due figuracce nere tutte imbacuccate in due sacchi da carbone, le quali correvano dietro a lui a salti e in punta di piedi, come se fossero due fantasmi.
  ź Eccoli davvero! ╗ disse dentro di sÚ e, non sapendo dove nascondere i quattro zecchini, se li nascose in bocca e precisamente sotto la lingua.
  Poi si prov˛ a scappare. Ma non aveva ancor fatto il primo passo, che sentÝ agguantarsi per le braccia e intese due voci orribili e cavernose, che gli dissero:
  -- O la borsa o la vita!
  Pinocchio non potendo rispondere con le parole, a motivo delle monete che aveva in bocca, fece mille salamelecchi e mille pantomime per dare ad intendere a quei due incappati, di cui si vedevano soltanto gli occhi attraverso i buchi dei sacchi, che lui era un povero burattino, e che non aveva in tasca nemmeno un centesimo falso.
  -- Via, via! Meno ciarle e fuori i denari! -- gridavano minacciosamente i due briganti.
  E ii burattino fece col capo e colle mani un segno come dire: "Non ne ho".
  -- Metti fuori i denari o sei morto, -- disse l'assassino pi˙ alto di statura.
  -- Morto! -- ripetŔ l'altro.
  -- E dopo ammazzato te, ammazzeremo anche tuo padre.
  -- Anche tuo padre!
  -- No, no, no, il mio povero babbo no! -- grid˛ Pinocchio con accento disperato: ma nel gridare cosÝ, gli zecchini gli suonarono in bocca.
  -- Ah, furfante! Dunque i denari te li sei nascosti sotto la lingua? Sputali subito!
  E Pinocchio, duro.
  -- Ah, tu fai il sordo? Aspetta un poco, che penseremo noi a farteli sputare.
  Difatti, uno di loro afferr˛ il burattino per la punta del naso e quell'altro lo prese per la bazza, e lÝ cominciarono a tirare screanzatamente, uno per in qua e l'altro per in lÓ, tanto da costringerlo a spalancare la bocca: ma non ci fu verso. La bocca del burattino pareva inchiodata e ribadita.
  Allora l'assassino pi˙ piccolo di statura, cavato fuori un coltellaccio, prov˛ a conficcarglielo, a guisa di leva e di scalpello, fra le labbra: ma Pinocchio, lesto come un lampo, gli azzann˛ la mano coi denti, e dopo avergliela con un morso staccata di netto, la sput˛; e figuratevi la sua maraviglia quando, invece di una mano, si accorse di aver sputato in terra uno zampetto di gatto.
  Incoraggiato da questa prima vittoria, si liber˛ a forza dalle unghie degli assassini e, saltata la siepe della strada, cominci˛ a fuggire per la campagna. E gli assassini a correre dietro a lui, come due cani dietro una lepre: e quello che aveva perduto uno zampetto correva con una gamba sola, nÚ si Ŕ saputo mai come facesse.
  Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinocchio non ne poteva pi˙. Allora, vistosi perso, si arrampic˛ su per il fusto di un altissimo pino e si pose a sedere in vetta ai rami. Gli assassini tentarono di arrampicarsi anche loro, ma giunti a metÓ del fusto sdrucciolarono e, ricascando a terra, si spellarono le mani e i piedi.
  Non per questo si dettero per vinti: che anzi, raccolto un fastello di legna secche a piŔ del pino, vi appiccarono il fuoco. In men che non si dice, il pino cominci˛ a bruciare e a divampare, come una candela agitata dal vento. Pinocchio, vedendo che le fiamme salivano sempre pi˙, e non volendo far la fine del piccione arrosto, spicc˛ un bel salto di vetta all'albero, e via a correre daccapo attraverso ai campi e ai vigneti. E gli assassini dietro, sempre dietro, senza stancarsi mai.
  Intanto cominciava a baluginare il giorno e si rincorrevano sempre; quand'ecco che Pinocchio si trov˛ sbarrato il passo da un fosso largo e profondissimo, tutto pieno di acquaccia sudicia, color del caffŔ e latte. Che fare? ź Una, due, tre! ╗, grid˛ il burattino, e slanciandosi con una gran rincorsa, salt˛ dall'altra parte. E gli assassini saltarono anche loro, ma non avendo preso bene la misura patatunfete!... cascarono gi˙ nel bel mezzo del fosso. Pinocchio che sentÝ il tonfo e gli schizzi dell'acqua, url˛ ridendo e seguitando a correre:
  -- Buon bagno, signori assassini.
  E giÓ si figurava che fossero bell'e affogati, quando invece, voltandosi a guardare, si accorse che gli correvano dietro tutti e due, sempre imbacuccati nei loro sacchi e grondanti acqua come due panieri sfondati.



XV.

GLI ASSASSINI INSEGUONO PINOCCHIO E, DOPO AVERLO RAGGIUNTO, LO IMPICCANO A UN RAMO DELLA QUERCIA GRANDE.

  Allora il burattino, perdutosi d'animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all'intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.
  ź Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei salvo ╗, disse dentro di sÚ.
  E senza indugiare un minuto riprese a correre per il bosco a carriera distesa. E gli assassini sempre dietro.
  E dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente tutto trafelato arriv˛ alla porta di quella casina e buss˛.
  Nessuno rispose.
  Torn˛ a bussare con maggior violenza, perchÚ sentiva avvicinarsi il rumore dei passi e il respiro grosso e affannoso dŔ suoi persecutori.
  Lo stesso silenzio.
  Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, cominci˛ per disperazione a dare calci e zuccate nella porta. Allora si affacci˛ alla finestra una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un'immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall'altro mondo:
  -- In questa casa non c'Ŕ nessuno. Sono tutti morti.
  -- Aprimi almeno tu! -- grid˛ Pinocchio piangendo e raccomandandosi.
  -- Sono morta anch'io.
  -- Morta? e allora che cosa fai costÝ alla finestra?
  -- Aspetto la bara che venga a portarmi via.
  Appena detto cosÝ, la bambina disparve, e la finestra si richiuse senza far rumore.
  -- O bella bambina dai capelli turchini, -- gridava Pinocchio, -- aprimi per caritÓ. Abbi compassione di un povero ragazzo inseguito dagli assass...
  Ma non potÚ finir la parola, perche sentÝ afferrarsi per il collo, e le solite due vociaccie che gli brontolarono minacciosamente:
  -- Ora non ci scappi pi˙.
  Il burattino, vedendosi balenare la morte dinanzi agli occhi, fu preso da un tremito cosÝ forte, che nel tremare, gli sonavano le giunture delle sue gambe di legno e i quattro zecchini che teneva nascosti sotto la lingua.
  -- Dunque? -- gli domandarono gli assassini, -- vuoi aprirla la bocca, sÝ o no? Ah, non rispondi?... Lascia fare, chÚ questa volta te la faremo aprir noi.
  E cavato fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi, zaff e zaff, gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni.
  Ma il burattino per sua fortuna era fatto d'un legno durissimo, motivo per cui le lame, spezzandosi, andarono in mille schegge e gli assassini rimasero col manico dei coltelli in mano, a guardarsi in faccia.
  -- Ho capito, -- disse allora un di loro: -- bisogna impiccarlo. Impicchiamolo!
  -- Impicchiamolo! -- ripetŔ l'altro.
  Detto fatto, gli legarono le mani dietro le spalle e, passatogli un nodo scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta la Quercia grande.
  Poi si posero lÓ, seduti sull'erba, aspettando che il burattino facesse l'ultimo sgambetto; ma il burattino, dopo tre ore, aveva sempre gli occhi aperti, la bocca chiusa e sgambettava pi˙ che mai.
  Annoiati finalmente di aspettare, si voltarono a Pinocchio e gli dissero sghignazzando:
  -- Addio a domani. Quando domani torneremo qui, si spera che ci farai la garbatezza di farti trovare bell'e morto e con la bocca spalancata.
  E se ne andarono.
  Intanto s'era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in lÓ il povero impiccato, facendolo dondolare violentemente come il battaglio di una campana che suona a festa. E quel dondolio gli cagionava acutissimi spasimi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre pi˙ alla gola, gli toglieva il respiro.
  A poco a poco gli occhi gli si appannavano; e sebbene sentisse avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento all'altro sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto. Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio nessuno, allora gli torn˛ in mente il suo povero babbo... e balbett˛ quasi moribondo:
  -- Oh, babbo mio!... se tu fossi qui!...
  E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprÝ la bocca, stir˛ le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lÝ come intirizzito.



XVI.

LA BELLA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI FA RACCOGLIERE IL BURATTINO, LO METTE A LETTO E CHIAMA TRE MEDICI PER SAPERE SE SIA VIVO O MORTO.

  In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a un ramo della Quercia grande, pareva oramai pi˙ morto che vivo, la bella Bambina dai capelli turchini si affacci˛ daccapo alla finestra, e impietositasi alla vista di quell'infelice che, sospeso per il collo, ballava il trescone alle ventate di tramontana, battŔ per tre volte le mani insieme, e fece tre piccoli colpi.
  A questo segnale si sentÝ un gran rumore di ali che volavano con foga precipitosa, e un grosso falco venne a posarsi sul davanzale della finestra.
  -- Che cosa comandate, mia graziosa Fata? -- disse il Falco abbassando il becco in atto di reverenza (perchÚ bisogna sapere che la Bambina dai capelli turchini non era altro, in fin dei conti, che una buonissima Fata, che da pi˙ di mill'anni abitava nelle vicinanze di quel bosco):
  -- Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni a un ramo della Quercia grande?
  -- Lo vedo.
  -- Orbene: vola subito laggi˙: rompi col tuo fortissimo becco il nodo che lo tiene sospeso in aria e posalo delicatamente sdraiato sull'erba a piŔ della Quercia.
  Il Falco vol˛ via e dopo due minuti torn˛ dicendo:
  -- Quel che mi avete comandato, Ŕ fatto.
  -- E come l'hai trovato? Vivo o morto?
  -- A vederlo, pareva morto, ma non dev'essere ancora morto perbene, perchÚ, appena gli ho sciolto il nodo scorsoio che lo stringeva intorno alla gola, ha lasciato andare un sospiro, balbettando a mezza voce: ź Ora mi sento meglio ╗.
  Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece due piccoli colpi, e apparve un magnifico Can-barbone, che camminava ritto sulle gambe di dietro, tale e quale come se fosse un uomo.
  Il Can-barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala. Aveva in capo un nicchiettino a tre punte gallonato d'oro, una parrucca bianca coi riccioli che gli scendevano gi˙ per il collo, una giubba color di cioccolata coi bottoni di brillanti e con due grandi tasche per tenervi gli ossi che gli regalava a pranzo la padrona, un paio di calzoni corti di velluto cremisi, le calze di seta, gli scarpini scollati, e di dietro una specie di fodera da ombrelli, tutta di raso turchino, per mettervi dentro la coda, quando il tempo cominciava a piovere.
  -- Su da bravo, Medoro, -- disse la Fata al Can barbone. -- Fai subito attaccare la pi˙ bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso sull'erba un povero burattino mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari pari su i cuscini della carrozza e portamelo qui. Hai capito?
  Il Can barbone, per fare intendere che aveva capito, dimen˛ tre o quattro volte la fodera di raso turchino, che aveva dietro, e partÝ come un barbero.
  Di lÝ a poco, si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina color dell'aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell'interno di panna montata e di crema coi savoiardi. La carrozzina era tirata da cento pariglie di topini bianchi, e il Can-barbone, seduto a cassetta, schioccava la frusta a destra e a sinistra, come un vetturino quand'ha paura di aver fatto tardi.
  Non era ancora passato un quarto d'ora, che la carrozzina torn˛, e la Fata, che stava aspettando sull'uscio di casa, prese in collo il povero burattino, e portatolo in una cameretta che aveva le pareti di madreperla, mand˛ subito a chiamare i medici pi˙ famosi del vicinato.
  E i medici arrivarono subito, uno dopo l'altro: arriv˛, cioŔ, un Corvo, una Civetta e un Grillo parlante.
  -- Vorrei sapere da lor signori, -- disse la Fata, rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio, -- vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia vivo o morto.
  A quest'invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tast˛ il polso a Pinocchio, poi gli tast˛ il naso, poi il dito mignolo dei piedi; e quand'ebbe tastato ben bene, pronunzi˛ solennemente queste parole:
  -- A mio credere il burattino Ŕ bell'e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che Ŕ sempre vivo.
  -- Mi dispiace, -- disse la Civetta, -- di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, il burattino Ŕ sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che Ŕ morto davvero.
  -- E lei non dice nulla? -- domand˛ la Fata al Grillo parlante.
  -- Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, Ŕ quella di stare zitto. Del resto quel burattino lÝ non m'Ŕ fisonomia nuova: io lo conosco da un pezzo.
  Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto.
  -- Quel burattino lÝ, -- seguit˛ a dire il Grillo parlante, -- Ŕ una birba matricolata...
  Pinocchio aprÝ gli occhi e li richiuse subito.
  -- ╚ un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo. Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli.
  -- Quel burattino lÝ Ŕ un figliolo disubbidiente, che farÓ morire di crepacuore il suo povero babbo.
  A questo punto si sentÝ nella camera un suono soffocato di pianti e di singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorchÚ sollevati un poco i lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio.
  -- Quando il morto piange, Ŕ segno che Ŕ in via di guarigione, -- disse solennemente il Corvo.
  -- Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega, -- soggiunse la Civetta, -- ma per me, quando il morto piange Ŕ segno che gli dispiace a morire.



XVII.

PINOCCHIO MANGIA LO ZUCCHERO, MA NON VUOL PURGARSI; PERĎ, QUANDO VEDE I BECCHINI CHE VENGONO A PORTARLO VIA, ALLORA SI PURGA. POI DICE UNA BUGIA E PER GASTIGO GLI CRESCE IL NASO.

  Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accost˛ a Pinocchio e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accorse che era travagliato da un febbrone da non si dire.
  Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d'acqua, e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:
  -- Bevila, e in pochi giorni sarai guarito.
  Pinocchio guard˛ il bicchiere, storse un po' la bocca, e poi dimanda con voce di piagnisteo:
  -- ╚ dolce o amara?
  -- ╚ amara, ma ti farÓ bene.
  -- Se Ŕ amara, non la voglio.
  -- DÓ retta a me: bevila.
  -- A me l'amaro non mi piace.
  -- Bevila: e quando l'avrai bevuta, ti dar˛ una pallina di zucchero, per rifarti la bocca.
  -- Dov'Ŕ la pallina di zucchero?
  -- Eccola qui, -- disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d'oro.
  -- Prima voglio la pallina di zucchero, e poi bever˛ quell'acquaccia amara.
  -- Me lo prometti?
  -- SÝ.
  La fata gli dette la pallina, e Pinocchio, dopo averla sgranocchiata e ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri:
  -- Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!... Mi purgherei tutti i giorni.
  -- Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d'acqua, che ti renderanno la salute.
  Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficc˛ dentro la punta del naso: poi se l'accost˛ alla bocca: poi torn˛ a ficcarci la punta del naso: finalmente disse:
  -- ╚ troppo amara, troppo amara! Io non la posso bere.
  -- Come fai a dirlo se non l'hai nemmeno assaggiata?
  -- Me lo figuro! L'ho sentita all'odore. Voglio prima un'altra pallina di zucchero,... e poi la bever˛.
  Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose in bocca un altro po' di zucchero; e dopo gli present˛ daccapo il bicchiere.
  -- CosÝ non la posso bere, -- disse il burattino, facendo mille smorfie.
  -- PerchÚ?
  -- PerchÚ mi dÓ noia quel guanciale che ho laggi˙ sui piedi.
  La Fata gli lev˛ il guanciale.
  -- ╚ inutile! Nemmeno cosÝ la posso bere.
  -- Che cos'altro ti dÓ noia?
  -- Mi dÓ noia l'uscio di camera, che Ŕ mezzo aperto.
  La Fata and˛ e chiuse l'uscio di camera.
  -- Insomma, -- grid˛ Pinocchio, dando in uno scoppio di pianto, -- quest'acquaccia amara, non la voglio bere, no, no, no!
  -- Ragazzo mio, te ne pentirai.
  -- Non me n'importa.
  -- La tua malattia Ŕ grave.
  -- Non me ne importa.
  -- La febbre ti porterÓ in poche ore all'altro mondo.
  -- Non me n'importa.
  -- Non hai paura della morte?
  -- Punto paura!... Piuttosto morire, che bevere quella medicina cattiva.
  A questo punto, la porta della camera si spalanc˛ ed entrarono dentro quattro conigli neri come l'inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da morto.
  -- Che cosa volete da me? -- grid˛ Pinocchio, rizzandosi tutto impaurito a sedere sul letto.
  -- Siamo venuti a prenderti, -- rispose il coniglio pi˙ grosso.
  -- A prendermi?... Ma io non sono ancora morto!
  -- Ancora no: ma ti restano pochi minuti di vita avendo tu ricusato di bevere la medicina, che ti avrebbe guarito dalla febbre.
  -- O Fata, o Fata mia,- cominci˛ allora a strillare il burattino, -- datemi subito quel bicchiere. Spicciatevi, per caritÓ, perchÚ non voglio morire, no, non voglio morire!
  E preso il bicchiere con tutte e due le mani, lo vot˛ in un fiato.
  -- Pazienza! -- dissero i conigli. -- Per questa volta abbiamo fatto il viaggio a ufo. -- E tiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di camera bofonchiando e mormorando fra i denti.
  Fatto sta che di lÝ a pochi minuti, Pinocchio salt˛ gi˙ dal letto, bell'e guarito; perchÚ bisogna sapere che i burattini di legno hanno il privilegio di ammalarsi di rado e di guarire prestissimo.
  E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e allegro come un gallettino di primo canto, gli disse:
  -- Dunque la mia medicina t'ha fatto bene davvero?
  -- Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo.
  -- E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla?
  -- Egli Ŕ che noi ragazzi siamo tutti cosÝ. Abbiamo pi˙ paura delle medicine che del male.
  -- Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso a tempo pu˛ salvarli da una grave malattia e fors'anche dalla morte.
  -- Oh, ma un'altra volta non mi far˛ tanto pregare. Mi rammenter˛ di quei conigli neri con la bara sulle spalle... e allora piglier˛ subito il bicchiere in mano, e gi˙!
  -- Ora vieni un po' qui da me e raccontami come and˛ che ti trovasti fra le mani degli assassini.
  -- Gli and˛ che il burattinaio Mangiafoco mi dette alcune monete d'oro, e mi disse: ź To', portale al tuo babbo ╗, e io invece per la strada trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto per bene, che mi dissero: ź Vuoi che codeste monete diventino mille e duemila? Vieni con noi, e ti condurremo al Campo dei miracoli ╗. E io dissi: ź Andiamo ╗; e loro dissero: ź Fermiamoci qui all'osteria del Gambero Rosso e dopo la mezzanotte ripartiremo ╗. Ed io, quando mi svegliai, loro non c'erano pi˙, perchÚ erano partiti. Allora io cominciai a camminare di notte, che era un buio che pareva impossibile, per cui trovai per la strada due assassini dentro due sacchi da carbone, che mi dissero: ź Metti fuori i quattrini ╗, e io dissi: ź Non ce n'ho ╗, perchÚ le quattro monete d'oro me l'ero nascoste in bocca, e uno degli assassini si prov˛ a mettermi le mani in bocca, e io con un morso gli staccai la mano e poi la sputai, ma invece di una mano sputai uno zampetto di gatto. E gli assassini a corrermi dietro e, io corri che ti corro, finchÚ mi raggiunsero, e mi legarono per il collo a un albero di questo bosco, col dire: ź Domani torneremo qui, e allora sarai morto e colla bocca aperta, e cosÝ ti porteremo via le monete d'oro che hai nascoste sotto la lingua ╗.
  -- E ora le quattro monete dove le hai messe? -- gli domand˛ la Fata.
  -- Le ho perdute, -- rispose Pinocchio; ma disse una bugia, perchÚ invece le aveva in tasca. Appena detta la bugia, il suo naso, che era giÓ lungo, gli crebbe subito due dita di pi˙.
  -- E dove le hai perdute?
  -- Nel bosco qui vicino.
  A questa seconda bugia il naso seguit˛ a crescere.
  -- Se le hai perdute nel bosco vicino, -- disse la Fata, -- le cercheremo e le ritroveremo: perchÚ tutto quello che si perde nel vicino bosco, si ritrova sempre.
  -- Ah, ora che mi rammento bene, -- replic˛ il burattino, imbrogliandosi, -- le quattro monete non le ho perdute, ma senza avvedermene le ho inghiottite mentre bevevo la vostra medicina.
  A questa terza bugia, il naso gli si allung˛ in un modo cosÝ straordinario, che il povero Pinocchio non poteva pi˙ girarsi da nessuna parte. Se si voltava di qui batteva il naso nel letto o nei vetri della finestra, se si voltava di lÓ, lo batteva nelle pareti o nella porta di camera, se alzava un po' di pi˙ il capo, correva il rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata.
  E la Fata lo guardava e rideva.
  -- PerchÚ ridete? -- gli domand˛ il burattino, tutto confuso e impensierito di quel suo naso che cresceva a occhiate.
  -- Rido della bugia che hai detto.
  -- Come mai sapete che ho detto una bugia?
  -- Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perchÚ ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l'appunto Ŕ di quelle che hanno il naso lungo.
  Pinocchio, non sapendo pi˙ dove nascondersi per la vergogna, si prov˛ a fuggire di camera; ma non gli riuscÝ. Il suo naso era cresciuto tanto, che non passava pi˙ dalla porta.



XVIII.

PINOCCHIO RITROVA LA VOLPE E IL GATTO E VA CON LORO A SEMINARE LE QUATTRO MONETE NEL CAMPO DEI MIRACOLI.

  Come potete immaginarvelo, la Fata lasci˛ che il burattino piangesse e urlasse una buona mezz'ora, a motivo di quel suo naso che non passava pi˙ dalla porta di camera; e lo fece per dargli una severa lezione perchÚ si correggesse dal brutto vizio di dire le bugie, il pi˙ brutto vizio che possa avere un ragazzo. Ma quando lo vide trasfigurato e cogli occhi fuori della testa dalla gran disperazione, allora, mossa a pietÓ, battŔ le mani insieme, e a quel segnale entrarono in camera dalla finestra un migliaio di grossi uccelli chiamati Picchi, i quali, posatisi tutti sul naso di Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme e spropositato si trov˛ ridotto alla sua grandezza naturale.
  -- Quanto siete buona, Fata mia, -- disse il burattino, asciugandosi gli occhi, -- e quanto bene vi voglio!
  -- Ti voglio bene anch'io, -- rispose la Fata, -- e se tu vuoi rimanere con me, tu sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina.
  -- Io resterei volentieri... ma il mio povero babbo?
  -- Ho pensato a tutto. Il tuo babbo Ŕ stato digiÓ avvertito: e prima che faccia notte, sarÓ qui.
  -- Davvero? -- grid˛ Pinocchio saltando dall'allegrezza. -- Allora, Fatina mia, se vi contentate, vorrei andargli incontro. Non vedo l'ora di poter dare un bacio a quel povero vecchio, che ha sofferto tanto per me.
  -- Vai pure, ma bada di non ti sperdere. Prendi la via del bosco, e sono sicurissima che lo incontrerai.
  Pinocchio partÝ: e appena entrato nel bosco, cominci˛ a correre come un capriolo. Ma quando fu arrivato a un certo punto, quasi in faccia alla Quercia grande, si ferm˛, perchÚ gli parve di aver sentito gente fra mezzo alle frasche. Difatti vide apparire sulla strada, indovinate chi?... la Volpe e il Gatto, ossia i due compagni di viaggio, coi quali aveva cenato all'osteria del Gambero Rosso.
  -- Ecco il nostro caro Pinocchio! -- grid˛ la Volpe, abbracciandolo e baciandolo. -- Come mai sei qui?
  -- Come mai sei qui? -- ripetŔ il Gatto.
  -- ╚ una storia lunga, -- disse il burattino, -- e ve la racconter˛ a comodo. Sappiate per˛ che l'altra notte, quando mi avete lasciato solo nell'osteria, ho trovato gli assassini per la strada.
  -- Gli assassini?... O povero amico! E che cosa volevano?
  -- Mi volevano rubare le monete d'oro.
  -- Infami! -- disse la Volpe.
  -- Infamissimi! -- ripetŔ il Gatto.
  -- Ma io cominciai a scappare, -- continu˛ a dire il burattino, -- e loro sempre dietro: finchÚ mi raggiunsero e m'impiccarono a un ramo di quella quercia.
  E Pinocchio accenn˛ la Quercia grande, che era lÝ a due passi.
  -- Si pu˛ sentir di peggio? -- disse la Volpe. -- In che mondo siamo condannati a vivere? Dove troveremo un rifugio sicuro noi altri galantuomini?
  Nel tempo che parlavano cosÝ, Pinocchio si accorse che il Gatto era zoppo dalla gamba destra davanti, perchÚ gli mancava in fondo tutto lo zampetto cogli unghioli: per cui gli domand˛:
  -- Che cosa hai fatto del tuo zampetto?
  Il Gatto voleva rispondere qualche cosa, ma s'imbrogli˛. Allora la Volpe disse subito:
  -- Il mio amico Ŕ troppo modesto,- e per questo non risponde. Risponder˛ io per lui. Sappi dunque che un'ora fa abbiamo incontrato sulla strada un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame, che ci ha chiesto un po' d'elemosina. Non avendo noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che cosa ha fatto l'amico mio, che ha davvero un cuore di Cesare? Si Ŕ staccato coi denti uno zampetto delle sue gambe davanti e l'ha gettato a quella povera bestia, perchÚ potesse sdigiunarsi. E la Volpe nel dir cosÝ, si asciug˛ una lacrima.
  Pinocchio, commosso anche lui, si avvicin˛ al Gatto, sussurrandogli negli orecchi:
  -- Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!
  -- E ora che cosa fai in questi luoghi? -- domand˛ la Volpe al burattino.
  -- Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui di momento in momento.
  -- E le tue monete d'oro?
  -- Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all'osteria del Gambero Rosso.
  -- E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani mille e duemila! PerchÚ non dai retta al mio consiglio? PerchÚ non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?
  -- Oggi Ŕ impossibile: vi ander˛ un altro giorno.
  -- Un altro giorno sarÓ tardi, -- disse la Volpe.
  -- PerchÚ?
  -- PerchÚ quel campo Ŕ stato comprato da un gran signore e da domani in lÓ non sarÓ pi˙ permesso a nessuno di seminarvi i denari.
  -- Quant'Ŕ distante di qui il Campo dei miracoli?
  -- Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz'ora sei lÓ: semini subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli duemila e stasera ritorni qui colle tasche piene. Vuoi venire con noi?
  Pinocchio esit˛ un poco a rispondere, perchÚ gli torn˛ in mente la buona Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo parlante; ma poi finÝ col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore; finÝ, cioŔ, col dare una scrollatina di capo, e disse alla Volpe e al Gatto:
  -- Andiamo pure: io vengo con voi.
  E partirono.
  Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una cittÓ che aveva nome "Acchiappa-citrulli". Appena entrato in cittÓ, Pinocchio vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati, che sbadigliavano dall'appetito, di pecore tosate che tremavano dal freddo, di galline rimaste senza cresta e senza bargigli, che chiedevano l'elemosina d'un chicco di granturco, di grosse farfalle, che non potevano pi˙ volare, perchÚ avevano venduto le loro bellissime ali colorite, di pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi vedere, e di fagiani che zampettavano cheti cheti, rimpiangendo le loro scintillanti penne d'oro e d'argento, oramai perdute per sempre.
  In mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi passavano di tanto in tanto alcune carrozze signorili con dentro o qualche volpe, o qualche gazza ladra o qualche uccellaccio di rapina.
  -- E il Campo dei miracoli dov'Ŕ? -- domand˛ Pinocchio.
  -- ╚ qui a due passi.
  Detto fatto traversarono la cittÓ e, usciti fuori dalle mura, si fermarono in un campo solitario che, su per gi˙, somigliava a tutti gli altri campi.
  -- Eccoci giunti, -- disse la Volpe al burattino. -- Ora chinati gi˙ a terra, scava con le mani una piccola buca nel campo e mettici dentro le monete d'oro.
  Pinocchio ubbidÝ. Scav˛ la buca, ci pose le quattro monete d'oro che gli erano rimaste: e dopo ricoprÝ la buca con un po' di terra.
  -- Ora poi, -- disse la Volpe, -- vai alla gora qui vicina, prendi una secchia d'acqua e annaffia il terreno dove hai seminato.
  Pinocchio and˛ alla gora, e perchÚ non aveva lÝ per lÝ una secchia, si lev˛ di piedi una ciabatta e, riempitala d'acqua, annaffi˛ la terra che copriva la buca. Poi domand˛:
  -- C'Ŕ altro da fare?
  -- Nient'altro, -- rispose la Volpe. -- Ora possiamo andar via. Tu poi ritorna qui fra una ventina di minuti e troverai l'arboscello giÓ spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete. Il povero burattino, fuori di sÚ dalla contentezza, ringrazi˛ mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo.
  -- Noi non vogliamo regali, -- risposero quei due malanni. -- A noi ci basta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e siamo contenti come pasque.
  Ci˛ detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se ne andarono per i fatti loro.



XIX.

PINOCCHIO ╚ DERUBATO DELLE SUE MONETE D'ORO E PER GASTIGO SI BUSCA QUATTRO MESI DI PRIGIONE.

  Il burattino, ritornato in cittÓ, cominci˛ a contare i minuti a uno a uno; e, quando gli parve che fosse l'ora, riprese subito la strada che menava al Campo dei miracoli.
  E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. E intanto pensava dentro di sÚ:
  ź E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell'albero duemila? e se invece di duemila, ne trovassi cinquemila? e se invece di cinquemila ne trovassi centomila? Oh che bel signore, allora, che diventerei! Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosoli e di alchermes e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna ╗.
  CosÝ fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lÝ si ferm˛ a guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi di monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti, e nulla; entr˛ sul campo, and˛ proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi zecchini, e nulla. Allora divent˛ pensieroso e, dimenticando le regole del Galateo e della buona creanza, tir˛ fuori una mano di tasca e si dette una lunghissima grattatina di capo.
  In quel mentre sentÝ fischiare negli orecchi una gran risata: e voltatosi in su, vide sopra un albero un grosso pappagallo che si spollinava le poche penne che aveva addosso.
  -- PerchÚ ridi? -- gli domand˛ Pinocchio con voce di bizza.
  -- Rido, perchÚ nello spollinarmi mi son fatto il solletico sotto le ali.
  Il burattino non rispose. And˛ alla gora e riempita d'acqua la solita ciabatta, si pose nuovamente ad annaffiare la terra che ricuopriva le monete d'oro.
  Quand'ecco che un'altra risata, anche pi˙ impertinente della prima, si fece sentire nella solitudine silenziosa di quel campo.
  -- Insomma, -- grid˛ Pinocchio, arrabbiandosi, -- si pu˛ sapere, Pappagallo mal educato, di che cosa ridi?
  -- Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si lasciano trappolare da chi Ŕ pi˙ furbo di loro.
  -- Parli forse di me?
  -- SÝ, parlo di te, povero Pinocchio, di te che sei cosÝ dolce di sale, da credere che i denari si possano seminare e raccogliere nei campi, come si seminano i fagioli e le zucche. Anch'io l'ho creduto una volta, e oggi ne porto le pene. Oggi (ma troppo tardi!) mi son dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll'ingegno della propria testa.
  -- Non ti capisco, -- disse il burattino, che giÓ cominciava a tremare dalla paura.
  -- Pazienza! Mi spiegher˛ meglio, -- soggiunse il Pappagallo. -- Sappi dunque che, mentre tu eri in cittÓ, la Volpe e il Gatto sono tornati in questo campo, hanno preso le monete d'oro sotterrate e poi sono fuggiti come il vento. E ora chi li raggiunge Ŕ bravo.
  Pinocchio rest˛ a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del Pappagallo, cominci˛ colle mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca cosÝ profonda, che ci sarebbe entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non ci erano pi˙.
  Allora, preso dalla disperazione, torn˛ di corsa in cittÓ e and˛ difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato.
  Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave etÓ, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d'oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione d'occhi, che lo tormentava da parecchi anni.
  Pinocchio, alla presenza del giudice, raccont˛ per filo e per segno l'iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finÝ col chiedere giustizia.
  Il giudice lo ascolt˛ con molta benignitÓ: prese vivissima arte al racconto: s'intenerÝ, si commosse: e quando il burattino non ebbe pi˙ nulla da dire, allung˛ la mano e suon˛ il campanello.
  A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.
  Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
  -- Quel povero diavolo Ŕ stato derubato di quattro monete d'oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione.
  Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.
  E lÝ v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di pi˙, se non si fosse dato un caso fortunatissimo. PerchÚ bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella cittÓ di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemici, ordin˛ grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte le carceri e mandati fuori tutti i malandrini.
  -- Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch'io, -- disse Pinocchio al carceriere.
  -- Voi no, -- rispose il carceriere, -- perchÚ voi non siete del bel numero.
  -- Domando scusa, -- replic˛ Pinocchio: -- sono un malandrino anch'io.
  -- In questo caso avete mille ragioni, -- disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprÝ le porte della prigione e lo lasci˛ scappare.



XX.

LIBERATO DALLA PRIGIONE, SI AVVIA PER TORNARE A CASA DELLA FATA; MA LUNGO LA STRADA TROVA UN SERPENTE ORRIBILE, E POI RIMANE PRESO ALLA TAGLIOLA.

  Figuratevi l'allegrezza di Pinocchio, quando si sentÝ libero. Senza stare a dire che Ŕ e che non Ŕ, uscÝ subito fuori della cittÓ e riprese la strada che doveva ricondurlo alla Casina della Fata.
  A motivo del tempo piovigginoso, la strada era diventata tutta un pantano e ci si andava fino a mezza gamba.
  Ma il burattino non se ne dava per inteso.
  Tormentato dalla passione di rivedere il suo babbo e la sua sorellina dai capelli turchini, correva a salti come un cane levriero, e nel correre le pillacchere gli schizzavano fin sopra il berretto. Intanto andava dicendo fra sÚ e sÚ:
  ź Quante disgrazie mi sono accadute!... E me le merito, perchÚ io sono un burattino testardo e piccoso... e voglio far sempre tutte le cose a modo mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene e che hanno mille volte pi˙ giudizio di me... Ma da questa volta in lÓ, faccio proponimento di cambiar vita e di diventare un ragazzo ammodo e ubbidiente. Tanto ormai ho bell'e visto che i ragazzi, a essere disubbidienti, ci scapitano sempre e non ne infilano mai una per il s˙ verso. E il mio babbo mi avrÓ aspettato? Ce lo trover˛ a casa della Fata? Ŕ tanto tempo, pover'uomo, che non lo vedo pi˙, che mi struggo di fargli mille carezze e di finirlo dai baci... E la Fata mi perdonerÓ la brutta azione che le ho fatta?... E pensare che ho ricevuto da lei tante attenzioni e tante cure amorose, e pensare che, se oggi son sempre vivo, lo debbo a lei!... Ma si pu˛ dare un ragazzo pi˙ ingrato e pi˙ senza cuore di me? ╗
  Nel tempo che diceva cosÝ, si ferm˛ tutt'a un tratto spaventato e fece quattro passi indietro.
  Che cosa aveva veduto?
  Aveva veduto un grosso Serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come una cappa di camino.
  Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanatosi pi˙ di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi, aspettando che il Serpente se ne andasse una buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della strada.
  Aspett˛ un'ora; due ore; tre ore; ma il Serpente era sempre lÓ, e, anche di lontano, si vedeva il rosseggiare dŔ suoi occhi di fuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.
  Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicin˛ a pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al Serpente:
  -- Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare?
  Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.
  Allora riprese colla solita vocina:
  -- Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c'Ŕ il mio babbo che mi aspetta e che Ŕ tanto tempo che non lo vedo pi˙... Si contenta dunque che io seguiti per la mia strada?
  Aspett˛ un segno di risposta a quella dimanda: ma la risposta non venne: anzi il Serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, divent˛ immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare.
  -- Che sia morto davvero? -- disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza: e senza mettere tempo in mezzo, fece l'atto di scavalcarlo, per passare dall'altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizz˛ all'improvviso, come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro, spaventato, inciamp˛ e cadde per terra.
  E per l'appunto cadde cosÝ male, che rest˛ col capo conficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria.
  Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocitÓ incredibile il Serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strapp˛ una vena sul petto: e quella volta morÝ davvero.
  Allora Pinocchio ricominci˛ a correre per arrivare a casa della Fata prima che si facesse buio. Ma lungo la strada non potendo pi˙ reggere ai morsi terribili della fame, salt˛ in un campo coll'intenzione di cogliere poche ciocche d'uva moscadella. Non l'avesse mai fatto!
  Appena giunto sotto la vite, crac... sentÝ stringersi le gambe da due ferri taglienti, che gli fecero vedere quante stelle c'erano in cielo.
  Il povero burattino era rimasto preso da una tagliuola appostata lÓ da alcuni contadini per beccarvi alcune grosse faine, che erano il flagello di tutti i pollai del vicinato.



XXI.

PINOCCHIO ╚ PRESO DA UN CONTADINO IL QUALE LO COSTRINGE A FAR DA CAN DA GUARDIA A UN POLLAIO.

  Pinocchio, come potete figurarvelo, si dette a piangere, a strillare, a raccomandarsi: ma erano pianti e grida inutili, perchÚ lÝ all'intorno non si vedevano case, e dalla strada non passava anima viva.
  Intanto si fece notte.
  Un po' per lo spasimo della tagliuola, che gli segava gli stinchi, e un po' per la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei campi, il burattino principiava quasi a svenirsi; quando a un tratto vedendosi passare una Lucciola di sul capo, la chiam˛ e le disse:
  -- O Lucciolina, mi faresti la caritÓ di liberarmi da questo supplizio?
  -- Povero figliolo! -- replic˛ la Lucciola, fermandosi impietosita a guardarlo. -- Come mai sei rimasto colle gambe attanagliate fra codesti ferri arrotati?
  -- Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest'uva moscadella, e...
  -- Ma l'uva era tua?
  -- No...
  -- E allora chi t'ha insegnato a portar via la roba degli altri?
  -- Avevo fame...
  -- La fame, ragazzo mio, non Ŕ una buona ragione per potere appropriarsi la roba che non Ŕ nostra.
  -- ╚ vero, Ŕ vero! -- grid˛ Pinocchio piangendo, -- ma un'altra volta non lo far˛ pi˙.
  A questo punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore di passi, che si avvicinavano.
  Era il padrone del campo che veniva in punta di piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che mangiavano di nottetempo i polli, fosse rimasta al trabocchetto della tagliuola.
  E la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la lanterna di sotto il pastrano, s'accorse che, invece di una faina, c'era rimasto preso un ragazzo.
  -- Ah, ladracchiolo! -- disse il contadino incollerito, -- dunque sei tu che mi porti via le galline?
  -- Io no, io no! -- grid˛ Pinocchio, singhiozzando. -- Io sono entrato nel campo per prendere soltanto due grappoli d'uva.
  -- Chi ruba l'uva Ŕ capacissimo di rubare anche i polli. Lascia fare a me, che ti dar˛ una lezione da ricordartene per un pezzo.
  E aperta la tagliuola, afferr˛ il burattino per la collottola e lo port˛ di peso fino a casa, come si porterebbe un agnellino di latte.
  Arrivato che fu sull'aia dinanzi alla casa, lo scaravent˛ in terra: e tenendogli un piede sul collo, gli disse:
  -- Oramai Ŕ tardi e voglio andare a letto. I nostri conti li aggiusteremo domani. Intanto, siccome oggi mi Ŕ morto il cane che mi faceva la guardia di notte, tu prenderai subito il suo posto. Tu mi farai da cane di guardia.
  Detto fatto, gl'infil˛ al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni di ottone, e glielo strinse in modo da non poterselo levare passandoci la testa dentro. Al collare c'era attaccata una lunga catenella di ferro: e la catenella era fissata nel muro.
  -- Se questa notte, -- disse il contadino, -- cominciasse a piovere, tu puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c'Ŕ sempre la paglia che ha servito di letto per quattr'anni al mio povero cane. E se per disgrazia venissero i ladri, ricordati di stare a orecchi ritti e di abbaiare.
  Dopo quest'ultimo avvertimento, il contadino entr˛ in casa chiudendo la porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio rimase accovacciato sull'aia, pi˙ morto che vivo, a motivo del freddo, della fame e della paura. E di tanto in tanto, cacciandosi rabbiosamente le mani dentro al collare, che gli serrava la gola, diceva piangendo:
  -- Mi sta bene! pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo svogliato, il vagabondo; ho voluto dar retta ai cattivi compagni, e per questo la sfortuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino per bene, come ce n'Ŕ tanti, se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col mio povero babbo, a quest'ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa d'un contadino. Oh, se potessi rinascere un'altra volta!... Ma oramai Ŕ tardi, e ci vuol pazienza.
  Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne proprio dal cuore, entr˛ dentro il casotto e si addorment˛.



XXII.

PINOCCHIO SCOPRE I LADRI E, IN RICOMPENSA DI ESSERE STATO FEDELE, VIEN POSTO IN LIBERT└.

  Ed era giÓ pi˙ di due ore che dormiva saporitamente; quando verso la mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio e da un pissi-pissi di vocine strane, che gli parve di sentire nell'aia. Messa fuori la punta del naso dalla buca del casotto, vide riunite a consiglio quattro bestiuole di pelame scuro, che parevano gatti. Ma non erano gatti: erano faine, animaletti carnivori, ghiottissimi specialmente di uova e di pollastrine giovani. Una di queste faine, staccandosi dalle sue compagne, and˛ alla buca del casotto e disse sottovoce:
  -- Buona sera, Melampo.
  -- Io non mi chiamo Melampo, -- rispose il burattino.
  -- O dunque chi sei?
  -- Io sono Pinocchio.
  -- E che cosa fai costÝ?
  -- Faccio il cane di guardia.
  -- O Melampo dov'Ŕ? dov'Ŕ il vecchio cane, che stava in questo casotto?
  -- ╚ morto questa mattina.
  -- Morto? Povera bestia! Era tanto buono!... Ma giudicandoti alla fisonomia, anche te mi sembri un cane di garbo.
  -- Domando scusa, io non sono un cane.
  -- O chi sei?
  -- Io sono un burattino.
  -- E fai da cane di guardia?
  -- Purtroppo: per mia punizione.
  -- Ebbene, io ti propongo gli stessi patti, che avevo col defunto Melampo: e sarai contento.
  -- E questi patti sarebbero?
  -- Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di notte questo pollaio, e porteremo via otto galline. Di queste galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s'intende bene, che tu faccia finta di dormire e non ti venga mai l'estro di abbaiare e di svegliare il contadino.
  -- E Melampo faceva proprio cosÝ? -- domand˛ Pinocchio.
  -- Faceva cosÝ, e fra noi e lui siamo andati sempre d'accordo. Dormi dunque tranquillamente, e stai sicuro che prima di partire di qui, ti lasceremo sul casotto una gallina bell'e pelata, per la colazione di domani. Ci siamo intesi bene?
  -- Anche troppo bene! -- rispose Pinocchio, e tentenn˛ il capo in un certo modo minaccioso, come se avesse voluto dire: ź Fra poco ci riparleremo! ╗
  Quando le quattro faine si credettero sicure del fatto loro, andarono difilato al pollaio, che rimaneva appunto vicinissimo al casotto del cane, e aperta a furia di denti e di unghioli la porticina di legno, che ne chiudeva l'entratina, vi sgusciarono dentro, una dopo l'altra. Ma non erano ancora finite d'entrare, che sentirono la porticina richiudersi con grandissima violenza.
  Quello che l'aveva richiusa era Pinocchio; il quale, non contento di averla richiusa, vi pos˛ davanti per maggior sicurezza una grossa pietra, a guisa di puntello.
  E poi cominci˛ ad abbaiare: e, abbaiando proprio come se fosse un cane di guardia, faceva colla voce bu-bu-bu-bu.
  A quell'abbaiata, il contadino salt˛ dal letto e, preso ii fucile e affacciatosi alla finestra, domand˛:
  -- Che c'Ŕ di nuovo?
  -- Ci sono i ladri! -- rispose Pinocchio.
  -- Dove sono?
  -- Nel pollaio.
  -- Ora scendo subito.
  E difatti, in men che non si dice amen, il contadino scese: entr˛ di corsa nel pollaio e, dopo avere acchiappate e rinchiuse in un sacco le quattro faine, disse loro con accento di vera contentezza:
  -- Alla fine siete cascate nelle mie mani! Potrei punirvi, ma sÝ vil non sono. Mi contenter˛, invece, di portarvi domani all'oste del vicino paese, il quale vi spellerÓ e vi cucinerÓ a uso lepre dolce e forte. ╚ un onore che non vi meritate, ma gli uomini generosi come me non badano a queste piccolezze.
  Quindi, avvicinatosi a Pinocchio, cominci˛ a fargli molte carezze, e, fra le altre cose, gli domand˛:
  -- Com'hai fatto a scuoprire il complotto di queste quattro ladroncelle? E dire che Melampo, il mio fido Melampo, non s'era mai accorto di nulla!
  Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare quel che sapeva: avrebbe potuto, cioŔ, raccontare i patti vergognosi che passavano fra il cane e le faine: ma ricordatosi che il cane era morto, pens˛ subito dentro di sÚ: ź A che serve accusare i morti? I morti son morti, e la miglior cosa che si possa fare Ŕ quella di lasciarli in pace ╗.
  -- All'arrivo delle faine sull'aia, eri sveglio o dormivi? -- continu˛ a chiedergli il contadino.
  -- Dormivo, -- rispose Pinocchio, -- ma le faine mi hanno svegliato coi loro chiacchiericci, e una Ŕ venuta fin qui al casotto per dirmi: ź Se prometti di non abbaiare e di non svegliare il padrone, noi ti regaleremo una pollastra bell'e pelata ╗. Capite, eh? Avere la sfacciataggine di fare a me una simile proposta! PerchÚ bisogna sapere che io sono un burattino, che avr˛ tutti i difetti di questo mondo: ma non avr˛ mai quello di star di balla e di reggere il sacco alla gente disonesta!
  -- Bravo, ragazzo! -- grid˛ il contadino, battendogli sur una spalla. -- Cotesti sentimenti ti fanno onore; e per provarti la mia grande soddisfazione, ti lascio libero fin d'ora di tornare a casa.
  E gli lev˛ il collare da cane.



XXIII.

PINOCCHIO PIANGE LA MORTE DELLA BELLA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI, POI TROVA UN COLOMBO CHE LO PORTA SULLA RIVA DEL MARE, E LÝ SI GETTA NELL'ACQUA PER ANDARE IN AIUTO DEL SUO BABBO GEPPETTO.

  Appena Pinocchio non sentÝ pi˙ il peso durissimo e umiliante di quel collare intorno al collo, si pose a scappare attraverso i campi, e non si ferm˛ un solo minuto, finchÚ non ebbe raggiunta la strada maestra, che doveva ricondurlo alla Casina della Fata.
  Arrivato sulla strada maestra, si volt˛ in gi˙ a guardare nella sottoposta pianura, e vide benissimo a occhio nudo il bosco, dove disgraziatamente aveva incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra mezzo agli alberi, inalzarsi la cima di quella Quercia grande, alla quale era stato appeso ciondoloni per il collo: ma guarda di qua, guarda di lÓ, non gli fu possibile di vedere la piccola casa della bella Bambina dai capelli turchini.
  Allora ebbe una specie di tristo presentimento e datosi a correre con quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trov˛ in pochi minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c'era pi˙. C'era, invece, una piccola pietra di marmo sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole:

QUI GIACE
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
MORTA DI DOLORE
PER ESSERE STATA ABBANDONATA
DAL SUO FRATELLINO PINOCCHIO

  Come rimanesse il burattino, quand'ebbe compitate alla peggio quelle parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e coprendo di mille baci quel marmo mortuario, dette in un grande scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre, sebbene negli occhi non avesse pi˙ lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti erano cosÝ strazianti e acuti, che tutte le colline all'intorno ne ripetevano l'eco.
  E piangendo diceva:
  -- O Fatina mia, perchÚ sei morta? perchÚ, invece di te, non sono morto io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona?... E il mio babbo, dove sarÓ? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, che voglio stare sempre con lui, e non lasciarlo pi˙, pi˙, pi˙!... O Fatina mia, dimmi che non Ŕ vero che sei morta! Se davvero mi vuoi bene, se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci, ritorna viva come prima!... Non ti dispiace a vedermi solo e abbandonato da tutti?... Se arrivano gli assassini, mi attaccheranno daccapo al ramo dell'albero, e allora morir˛ per sempre. Che vuoi che faccia qui, solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darÓ da mangiare? Dove ander˛ a dormire la notte? Chi mi farÓ la giacchettina nuova? Oh! sarebbe meglio, cento volte meglio, che morissi anch'io! SÝ, voglio morire!... ih! ih! ih!...
  E mentre si disperava a questo modo, fece l'atto di volersi strappare i capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non potÚ nemmeno levarsi il gusto di ficcarci dentro le dita.
  Intanto pass˛ su per aria un grosso Colombo, il quale soffermatosi, a ali distese, gli grid˛ da una grande altezza:
  -- Dimmi, bambino, che cosa fai costaggi˙?
  -- Non lo vedi? piango! -- disse Pinocchio alzando il capo verso quella voce e strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta.
  -- Dimmi, -- soggiunse allora il Colombo -- non conosci per caso fra i tuoi compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio?
  -- Pinocchio?... Hai detto Pinocchio? -- ripetŔ il burattino saltando subito in piedi. -- Pinocchio sono io!
  Il Colombo, a questa risposta, si cal˛ velocemente e venne a posarsi a terra. Era pi˙ grosso di un tacchino.
  -- Conoscerai dunque anche Geppetto? -- domand˛ al burattino.
  -- Se lo conosco! Ŕ il mio povero babbo! Ti ha forse parlato di me? Mi conduci da lui? Ma Ŕ sempre vivo? Rispondimi per caritÓ: Ŕ sempre vivo?
  -- L'ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare.
  -- Che cosa faceva?
  -- Si fabbricava da sÚ una piccola barchetta per traversare l'Oceano. Quel pover'uomo sono pi˙ di quattro mesi che gira per il mondo in cerca di te: e non avendoti potuto trovare, ora si Ŕ messo in capo di cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo.
  -- Quanto c'Ŕ di qui alla spiaggia? -- domand˛ Pinocchio con ansia affannosa.
  -- Pi˙ di mille chilometri.
  -- Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le tue ali!
  -- Se vuoi venire, ti ci porto io.
  -- Come?
  -- A cavallo sulla mia groppa. Sei peso di molto?
  -- Peso? tutt'altro! Son leggiero come una foglia.
  E lÝ, senza stare a dir altro, Pinocchio salt˛ sulla groppa al Colombo e messa una gamba di qua e l'altra di lÓ, come fanno i cavallerizzi, grid˛ tutto contento: -- Galoppa, galoppa, cavallino, chÚ mi preme di arrivar presto!
  Il Colombo prese l'aire e in pochi minuti arriv˛ col volo tanto in alto, che toccava quasi le nuvole. Giunto a quell'altezza straordinaria, il burattino ebbe la curiositÓ di voltarsi in gi˙ a guardare: e fu preso da tanta paura e da tali giracapi che, per evitare il pericolo di venir disotto, si avviticchi˛ colle braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura.
  Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse:
  -- Ho una gran sete.
  -- E io una gran fame, -- soggiunse Pinocchio.
  -- Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo in viaggio, per essere domattina all'alba sulla spiaggia del mare. Entrarono in una colombaia deserta, dove c'era soltanto una catinella piena d'acqua e un cestino ricolmo di veccie.
  Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le veccie: a sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma quella sera ne mangi˛ a strippapelle, e quando l'ebbe quasi finite, si volt˛ al Colombo e gli disse:
  -- Non avrei mai creduto che le veccie fossero cosÝ buone.
  -- Bisogna persuadersi, ragazzo mio, -- replic˛ il Colombo, -- che quando la fame dice davvero e non c'Ŕ altro da mangiare, anche le veccie diventano squisite. La fame non ha capricci nÚ ghiottonerie.
  Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in viaggio, e via! La mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare. Il Colombo pos˛ a terra Pinocchio, e non volendo nemmeno la seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione, riprese subito il volo e sparÝ.
  La spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava guardando il mare.
  -- Che cos'Ŕ accaduto? -- domand˛ Pinocchio a una vecchina.
  -- Gli Ŕ accaduto che un povero babbo, avendo perduto il figliolo, gli Ŕ voluto entrare in una barchetta per andare a cercarlo di lÓ dal mare; e il mare oggi Ŕ molto cattivo e la barchetta sta per andare sott'acqua.
  -- Dov'Ŕ la barchetta?
  -- Eccola laggi˙, diritta al mio dito, -- disse la vecchia, accennando una piccola barca che, veduta in quella distanza, pareva un guscio di noce con dentro un omino piccino piccino.
  Pinocchio appunt˛ gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato attentamente, cacci˛ un urlo acutissimo gridando:
  -- Gli Ŕ il mi' babbo! gli Ŕ il mi' babbo!
  Intanto la barchetta, sbattuta dall'infuriare dell'onde, ora spariva fra i grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e Pinocchio ritto sulla punta di un alto scoglio non finiva pi˙ dal chiamare il suo babbo per nome e dal fargli molti segnali colle mani e col moccichino da naso e perfino col berretto che aveva in capo.
  E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia, riconoscesse il figliolo, perchÚ si lev˛ il berretto anche lui e lo salut˛ e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato volentieri indietro, ma il mare era tanto grosso, che gl'impediva di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra.
  Tutt'a un tratto, venne una terribile ondata, e la barca sparÝ.
  Aspettarono che la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide pi˙ tornare.
  -- Pover'uomo! -- dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera si mossero per tornarsene alle loro case.
  Quand'ecco che udirono un urlo disperato, e, voltandosi indietro, videro un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio, si gettava in mare gridando:
  -- Voglio salvare il mio babbo!
  Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava come un pesce. Ora si vedeva sparire sott'acqua, portato dall'impeto dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima distanza dalla terra. Alla fine lo persero d'occhio e non lo videro pi˙.
  -- Povero ragazzo! -- dissero alIora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera tornarono alle loro case.



XXIV.

PINOCCHIO ARRIVA ALL'ISOLA DELLE API INDUSTRIOSE E RITROVA LA FATA.

  Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al suo povero babbo, nuot˛ tutta quanta la notte.
  E che orribile nottata fu quella! Diluvi˛, grandin˛, tuon˛ spaventosamente, e con certi lampi che pareva di giorno.
  Sul far del mattino, gli riuscÝ di vedere poco distante una lunga striscia di terra. Era un'isola in mezzo al mare.
  Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Le onde, rincorrendosi e accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro, come se fosse stato un fuscello o un filo di paglia. Alla fine, e per sua buona fortuna, venne un'ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo scaravent˛ di peso sulla rena del lido.
  Il colpo fu cosÝ forte che, battendo in terra, gli crocchiarono tutte le costole e tutte le congiunture: ma si consol˛ subito col dire:
  -- Anche per questa volta l'ho proprio scampata bella!
  Intanto a poco a poco il cielo si rasseren˛; il sole apparve fuori in tutto il suo splendore e il mare divent˛ tranquillissimo e buono come un olio.
  Allora il burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli e si pose a guardare di qua e di lÓ se per caso avesse potuto scorgere su quella immensa spianata d'acqua una piccola barchetta con un omino dentro. Ma dopo aver guardato ben bene, non vide altro dinanzi a sÚ che cielo, mare e qualche vela di bastimento, ma cosi lontana, che pareva una mosca.
  -- Sapessi almeno come si chiama quest'isola! -- andava dicendo. -- Sapessi almeno se quest'isola Ŕ abitata da gente di garbo, voglio dire da gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi; ma a chi mai posso domandarlo? A chi, se non c'Ŕ nessuno?
  Quest'idea di trovarsi solo, solo, solo in mezzo a quel gran paese disabitato, gli messe addosso tanta malinconia, che stava lÝ lÝ per piangere; quando tutt'a un tratto vide passare, a poca distanza dalla riva, un grosso pesce, che se ne andava tranquillamente per i fatti suoi, con tutta la testa fuori dell'acqua. Non sapendo come chiamarlo per nome, il burattino gli grid˛ a voce alta, per farsi sentire:
  -- Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola?
  -- Anche due, -- rispose il pesce, il quale era un Delfino cosÝ garbato, come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo.
  -- Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest'isola vi sono dei paesi dove si possa mangiare, senza pericolo d'esser mangiati?
  -- Ve ne sono sicuro, -- rispose il Delfino. -- Anzi, ne troverai uno poco lontano di qui.
  -- E che strada si fa per andarvi?
  -- Devi prendere quella viottola lÓ, a mancina, e camminare sempre diritto al naso. Non puoi sbagliare.
  -- Mi dica un'altra cosa. Lei che passeggia tutto il giorno e tutta la notte per il mare, non avrebbe incontrato per caso una piccola barchettina con dentro il mÝ babbo?
  -- E chi Ŕ il tuo babbo?
  -- Gli Ŕ il babbo pi˙ buono del mondo, come io sono il figliolo pi˙ cattivo che si possa dare.
  -- Colla burrasca che ha fatto questa notte, -- rispose il delfino, -- la barchettina sarÓ andata sott'acqua.
  -- E il mio babbo?
  -- A quest'ora l'avrÓ inghiottito il terribile Pescecane, che da qualche giorno Ŕ venuto a spargere lo sterminio e la desolazione nelle nostre acque.
  -- Che Ŕ grosso di molto questo Pescecane? -- domand˛ Pinocchio, che digiÓ cominciava a tremare dalla paura.
  -- Se gli Ŕ grosso!... -- replic˛ il Delfino. -- PerchÚ tu possa fartene un'idea, ti dir˛ che Ŕ pi˙ grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una boccaccia cosÝ larga e profonda, che ci passerebbe comodamente tutto il treno della strada ferrata colla macchina accesa.
  -- Mamma mia! -- grid˛ spaventato il burattino: e rivestitosi in fretta e furia, si volt˛ al delfino e gli disse: -- Arrivedella, signor pesce: scusi tanto l'incomodo e mille grazie della sua garbatezza.
  Detto ci˛, prese subito la viottola e cominci˛ a camminare di un passo svelto; tanto svelto, che pareva quasi che corresse. E a ogni pi˙ piccolo rumore che sentiva, si voltava subito a guardare indietro, per la paura di vedersi inseguire da quel terribile pesce-cane grosso come una casa di cinque piani e con un treno della strada ferrata in bocca.
  Dopo mezz'ora di strada, arriv˛ a un piccolo paese detto "Il paese delle Api industriose". Le strade formicolavano di persone che correvano di qua e di lÓ per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da fare. Non si trovava un ozioso o un vagabondo nemmeno a cercarlo col lumicino.
  -- Ho capito, -- disse subito quello svogliato di Pinocchio: -- questo paese non Ŕ fatto per me. Io non son nato per lavorare.
  Intanto la fame lo tormentava, perchÚ erano oramai passate ventiquattr'ore che non aveva mangiato pi˙ nulla; nemmeno una pietanza di vecce.
  Che fare?
  Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po' di lavoro, o chiedere in elemosina un soldo o un boccone di pane.
  A chiedere l'elemosina si vergognava: perchÚ il suo babbo gli aveva predicato sempre che l'elemosina hanno il diritto di chiederla solamente i vecchi e gl'infermi. I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di assistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d'etÓ o di malattia, si trovano condannati a non potersi pi˙ guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno l'obbligo di lavorare: e se non lavorano e patiscono la fame, tanto peggio per loro.
  In quel frattempo, pass˛ per la strada un uomo tutto sudato e trafelato, il quale da sÚ tirava con gran fatica due carretti carichi di carbone.
  Pinocchio, giudicandolo dalla fisonomia per un buon uomo, gli si accost˛ e, abbassando gli occhi dalla vergogna, gli disse sottovoce:
  -- Mi fareste la caritÓ di darmi un soldo, perchÚ mi sento morir dalla fame?
  -- Non un soldo solo, -- rispose il carbonaio, -- ma te ne do quattro, a patto che tu m'aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di carbone.
  -- Mi meraviglio! -- rispose il burattino quasi offeso, -- per vostra regola io non ho fatto mai il somaro: io non ho mai tirato il carretto!
  -- Meglio per te, -- rispose il carbonaio. -- Allora, ragazzo mio, se ti senti davvero morir dalla fame, mangia due belle fette della tua superbia e bada di non prendere un'indigestione.
  Dopo pochi minuti pass˛ per la via un muratore, che portava sulle spalle un corbello di calcina.
  -- Fareste, galantuomo, la caritÓ d'un soldo a un povero ragazzo, che sbadiglia dall'appetito?
  -- Volentieri; vieni con me a portar calcina, -- rispose il muratore, -- e invece d'un soldo, te ne dar˛ cinque.
  -- Ma la calcina Ŕ pesa, -- replic˛ Pinocchio, -- e io non voglio durar fatica.
  -- Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio, -- divertiti a sbadigliare, e buon pro ti faccia.
  In men di mezz'ora passarono altre venti persone, e a tutte Pinocchio chiese un po' d'elemosina, ma tutte gli risposero:
  -- Non ti vergogni? Invece di fare il bighellone per la strada, vÓ piuttosto a cercarti un po' di lavoro, e impara a guadagnarti il pane.
  Finalmente pass˛ una buona donnina che portava due brocche d'acqua.
  -- Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d'acqua alla vostra brocca? -- disse Pinocchio, che bruciava dall'arsione della sete.
  -- Bevi pure, ragazzo mio, -- disse la donnina, posando le due brocche in terra.
  Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbott˛ a mezza voce, asciugandosi la bocca:
  -- La sete me la son levata. CosÝ mi potessi levar la fame!
  La buona donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito:
  -- Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua, ti dar˛ un bel pezzo di pane.
  Pinocchio guard˛ la brocca, e non rispose nÚ sÝ nÚ no.
  -- E insieme col pane ti dar˛ un bel piatto di cavolfiore condito coll'olio e coll'aceto, -- soggiunse la buona donna.
  Pinocchio dette un'altra occhiata alla brocca, e non rispose nÚ sÝ nÚ no.
  -- E dopo il cavolfiore ti dar˛ un bel confetto ripieno di rosolio. -- Alle seduzioni di quest'ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe pi˙ resistere e, fatto un animo risoluto, disse:
  -- Pazienza! Vi porter˛ la brocca fino a casa.
  La brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza da portarla colle mani, si rassegn˛ a portarla in capo.
  Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola tavola apparecchiata e gli pose davanti il pane, il cavolfiore condito e il confetto.
  Pinocchio non mangi˛, ma diluvi˛. Il suo stomaco pareva un quartiere rimasto vuoto e disabitato da cinque mesi.
  Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della fame, allora alz˛ il capo per ringraziare la sua benefattrice; ma non aveva ancora finito di fissarla in volto, che cacci˛ un lunghissimo oooh di maraviglia, e rimase lÓ incantato, cogli occhi spalancati, colla forchetta per aria e colla bocca piena di pane e di cavolfiore.
  -- Che cos'Ŕ mai tutta questa maraviglia? -- disse ridendo la buona donna.
  -- Egli Ŕ..., -- rispose balbettando Pinocchio, -- egli Ŕ... egli Ŕ... che voi somigliate,... voi mi rammentate... sÝ sÝ sÝ, la stessa voce,... gli stessi occhi,... gli stessi capelli,... sÝ sÝ sÝ... anche voi avete i capelli turchini... come lei!... O Fatina mia, o Fatina mia!... ditemi che siete voi, proprio voi! Non mi fate pi˙ piangere! Se sapeste!... Ho pianto tanto, ho patito tanto!...
  E nel dir cosÝ, Pinocchio piangeva dirottamente, e gettandosi ginocchioni per terra, abbracciava i ginocchi di quella donnina misteriosa.



XXV.

PINOCCHIO PROMETTE ALLA FATA DI ESSERE BUONO E DI STUDIARE, PERCH╔ ╚ STUFO DI FARE IL BURATTINO E VUOL DIVENTARE UN BRAVO RAGAZZO.

  In sulle prime la buona donnina cominci˛ col dire che lei non era la piccola Fata dai capelli turchini, ma poi, vedendosi oramai scoperta e non volendo mandare pi˙ a lungo la commedia, fini col farsi riconoscere, e disse a Pinocchio:
  -- Birba d'un burattino, come mai ti sei accorto che ero io?
  -- Gli Ŕ il gran bene che vi voglio quello che me l'ha detto.
  -- Ti ricordi? Mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma.
  -- L'ho caro dimolto, perchÚ cosÝ, invece di sorellina, vi chiamer˛ la mia mamma. Gli Ŕ tanto tempo che mi struggo di avere una mamma come tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere cosi presto?
  -- ╚ un segreto.
  -- Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch'io. Non lo vedete? Sono sempre rimasto alto come un soldo di cacio.
  -- Ma tu non puoi crescere, -- replic˛ la Fata.
  -- PerchÚ?
  -- PerchÚ i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini.
  -- Oh, sono stufo di far sempre il burattino! -- grid˛ Pinocchio, dandosi uno scappellotto. -- Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo come tutti gli altri.
  -- E lo diventerai, se saprai meritartelo.
  -- Davvero? E che posso fare per meritarmelo?
  -- Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene.
  
  -- O che forse non sono?
  -- Tutt'altro! I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece...
  -- E io non ubbidisco mai.
  -- I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu...
  -- E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l'anno.
  -- I ragazzi perbene dicono sempre la veritÓ...
  -- E io sempre le bugie.
  -- I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola...
  -- E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poi voglio mutar vita.
  -- Me lo prometti?
  -- Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene e voglio essere la consolazione del mio babbo... Dove sarÓ il mio povero babbo a quest'ora?
  -- Non lo so.
  -- Avr˛ mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare?
  -- Credo di sÝ: anzi ne sono sicura.
  A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che prese le mani alla Fata e cominci˛ a baciargliele con tanta foga, che pareva quasi fuori di sÚ. Poi, alzando il viso e guardandola amorosamente, le domand˛:
  -- Dimmi, mammina: dunque non Ŕ vero che tu sia morta?
  -- Par di no, -- rispose sorridendo la Fata.
  -- Se tu sapessi, che dolore e che serratura alla gola che provai, quando lessi źQUI GIACE...╗
  -- Lo so; ed Ŕ per questo che ti ho perdonato. La sinceritÓ del tuo dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di cuore, anche se sono un po' monelli e avvezzati male, c'Ŕ sempre da sperar qualcosa: ossia, c'Ŕ sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. Ecco perchÚ son venuta a cercarti fin qui. Io sar˛ la tua mamma...
  -- Oh, che bella cosa! -- grid˛ Pinocchio saltando dall'allegrezza.
  -- Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dir˛ io.
  -- Volentieri, volentieri, volentieri!
  -- Fino da domani, -- soggiunse la Fata, -- tu comincerai coll'andare a scuola.
  Pinocchio divent˛ subito un po' meno allegro.
  -- Poi sceglierai a tuo piacere un'arte o un mestiere.
  Pinocchio divent˛ serio.
  -- Che cosa brontoli fra i denti? -- domand˛ la Fata con accento risentito.
  -- Dicevo..., -- mugol˛ il burattino a mezza voce, -- che oramai per andare a scuola mi pare un po' tardi...
  -- Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non Ŕ mai tardi.
  -- Ma io non voglio fare nÚ arti nÚ mestieri.
  -- PerchÚ?
  -- PerchÚ a lavorare mi par fatica.
  -- Ragazzo mio, -- disse la Fata, -- quelli che dicono cosi, finiscono quasi sempre o in carcere o all'ospedale. L'uomo, per tua regola, nasca ricco o povero, Ŕ obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall'ozio! L'ozio Ŕ una bruttissima malattia, e bisogna guarirla subito, fin da ragazzi: se no, quando siamo grandi, non si guarisce pi˙. Queste parole toccarono l'animo di Pinocchio, il quale rialzando vivacemente la testa disse alla Fata:
  -- Io studier˛, io lavorer˛, io far˛ tutto quello che mi dirai, perchÚ, insomma, la vita del burattino mi Ŕ venuta a noia, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l'hai promesso, non Ŕ vero?
  -- Te l'ho promesso, e ora dipende da te.



XXVI.

PINOCCHIO VA CO' SUOI COMPAGNI DI SCUOLA IN RIVA AL MARE PER VEDERE IL TERRIBILE PESCECANE.

  Il giorno dopo Pinocchio and˛ alla scuola comunale.
  Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella loro scuola un burattino! Fu una risata, che non finiva pi˙. Chi gli faceva uno scherzo, chi un altro; chi gli levava il berretto di mano; chi gli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli coll'inchiostro due grandi baffi sotto il naso; e chi si attentava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani per farlo ballare.
  Per un poco Pinocchio us˛ disinvoltura e tir˛ via; ma finalmente, sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli, che pi˙ lo tafanavano e si pigliavano gioco di lui, e disse loro a muso duro:
  -- Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone. Io rispetto gli altri e voglio essere rispettato.
  -- Bravo, berlicche! Hai parlato come un libro stampato! -- urlarono quei monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di loro, pi˙ impertinente degli altri allung˛ la mano coll'idea di prendere il burattino per la punta del naso.
  Ma non fece a tempo: perchÚ Pinocchio stese la gamba sotto la tavola e gli consegn˛ una pedata negli stinchi.
  -- Ohi, che piedi duri! -- url˛ il ragazzo stropicciandosi il livido che gli aveva fatto il burattino.
  -- E che gomiti!... anche pi˙ duri dei piedi! -- disse un altro che, per i suoi scherzi sguaiati, s'era beccata una gomitata nello stomaco.
  Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata Pinocchio acquist˛ subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un bene dell'anima.
  E anche il maestro se ne lodava, perchÚ lo vedeva attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l'ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita.
  Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni: e fra questi, c'erano molti monelli conosciutissimi per la loro poca voglia di studiare e di farsi onore.
  Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non mancava di dirgli e di ripetergli pi˙ volte:
  -- Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno prima o poi col farti perdere l'amore allo studio e, forse forse, col tirarti addosso qualche grossa disgrazia.
  -- Non c'Ŕ pericolo! -- rispondeva il burattino, facendo una spallucciata e toccandosi coll'indice in mezzo alla fronte, come per dire: ź C'Ŕ tanto giudizio qui dentro! ╗
  Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso scuola, incontr˛ un branco dei soliti compagni, che andandogli incontro, gli dissero:
  -- Sai la gran notizia?
  -- No.
  -- Qui nel mare vicino Ŕ arrivato un Pescecane, grosso come una montagna.
  -- Davvero?... Che sia quel medesimo Pescecane di quando affog˛ il mio povero babbo?
  -- Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vieni anche tu?
  -- Io, no: voglio andare a scuola.
  -- Che t'importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con una lezione di pi˙ o con una di meno, si rimane sempre gli stessi somari.
  -- E il maestro che dirÓ?
  -- Il maestro si lascia dire. ╚ pagato apposta per brontolare tutto il giorno.
  -- E la mia mamma?
  -- Le mamme non sanno mai nulla, -- risposero quei malanni.
  -- Sapete che cosa far˛? -- disse Pinocchio. -- Il Pesce cane voglio vederlo per certe mie ragioni... ma ander˛ a vederlo dopo la scuola.
  -- Povero giucco! -- ribattŔ uno del branco. -- Che credi che un pesce di quella grossezza voglia star lÝ a fare il comodo tuo? Appena s'Ŕ annoiato, piglia il dirizzone per un'altra parte, e allora chi s'Ŕ visto s'Ŕ visto.
  -- Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? -- domand˛ il burattino.
  -- Fra un'ora, siamo bell'e andati e tornati.
  -- Dunque, via! e chi pi˙ corre, Ŕ pi˙ bravo! -- grid˛ Pinocchio.
  Dato cosi il segnale della partenza, quel branco di monelli, coi loro libri e i loro quaderni sotto il braccio, si messero a correre attraverso ai campi; e Pinocchio era sempre avanti a tutti: pareva che avesse le ali ai piedi.
  Di tanto in tanto, voltandosi indietro, canzonava i suoi compagni rimasti a una bella distanza, e nel vederli, ansanti, trafelati, polverosi e con tanto di lingua fuori, se la rideva proprio di cuore. Lo sciagurato in quel momento non sapeva a quali paure e a quali orribili disgrazie andava incontro.



XXVII.

GRAN COMBATTIMENTO FRA PINOCCHIO E I SUOI COMPAGNI, UNO DE' QUALI ESSENDO RIMASTO FERITO, PINOCCHIO VIENE ARRESTATO DAI CARABINIERI.

  Giunto che fu sulla spiaggia, Pinocchio dette subito una grande occhiata sul mare; ma non vide nessun Pescecane.
  Il mare era tutto liscio come un gran cristallo da specchio.
  -- O il Pescecane dov'Ŕ? -- domand˛, voltandosi ai compagni.
  -- SarÓ andato a far colazione, -- rispose uno di loro, ridendo.
  -- O si sarÓ buttato sul letto per far un sonnellino, -- soggiunse un altro, ridendo pi˙ forte che mai.
  Da quelle risposte sconclusionate e da quelle risatacce grulle, Pinocchio capÝ che i suoi compagni gli avevano fatto una brutta celia, dandogli ad intendere una cosa che non era vera; e pigliandosela a male, disse a loro con voce di bizza:
  -- E ora? Che sugo ci avete trovato a darmi ad intendere la storiella del Pescecane?
  -- Il sugo c'Ŕ sicuro, -- risposero in coro quei monelli.
  -- E sarebbe?
  -- Quello di farti perdere la scuola e di farti venire con noi. Non ti vergogni a mostrarti tutti i giorni cosÝ preciso e cosi diligente alle lezioni? Non ti vergogni a studiar tanto, come fai?
  -- E se io studio, che cosa ve ne importa?
  -- A noi ce ne importa moltissimo, perchÚ ci costringi a fare una brutta figura col maestro.
  -- PerchÚ?
  -- PerchÚ gli scolari che studiano fanno sempre scomparire quelli, come noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo scomparire: anche noi abbiamo il nostro amor proprio!
  -- E allora che cosa devo fare per contentarvi?
  -- Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, la lezione e il maestro, che sono i nostri tre grandi nemici.
  -- E se io volessi seguitare a studiare?
  -- Noi non ti guarderemo pi˙ in faccia, e alla prima occasione ce la pagherai.
  -- In veritÓ mi fate quasi ridere, -- disse il burattino con una scrollatina di capo.
  -- Ehi, Pinocchio! -- grid˛ allora il pi˙ grande di quei ragazzi, andandogli sul viso. -- Non venir qui a fare lo smargiasso, non venir qui a far tanto il galletto!... perchÚ se tu non hai paura di noi, noi non abbiamo paura di te. Ricordati che tu sei solo e noi siamo in sette.
  -- Sette come i peccati mortali, -- disse Pinocchio con una gran risata.
  -- Avete sentito? Ci ha insultati tutti! Ci ha chiamati col nome di peccati mortali!
  -- Pinocchio, chiedici scusa dell'offesa,... o se no, guai a te!...
  -- Cuc˙! -- fece il burattino, battendosi coll'indice sulla punta del naso, in segno di canzonatura.
  -- Pinocchio, la finisce male!
  -- Cuc˙!
  -- Ne toccherai quanto un somaro!
  -- Cuc˙!
  -- Ritornerai a casa col naso rotto!
  -- Cuc˙!
  -- Ora il cuc˙ te lo dar˛ io! -- grid˛ il pi˙ ardito di quei monelli. -- Prendi intanto quest'acconto e serbalo per la cena di stasera.
  E nel dir cosÝ gli appiccic˛ un pugno sul capo.
  Ma fu, come si suol dire, botta e risposta; perchÚ il burattino, come c'era da aspettarselo, rispose con un altro pugno: e lÝ, da un momento all'altro, il combattimento divent˛ generale e accanito.
  Pinocchio, sebbene fosse solo, si difendeva come un eroe. Con quei suoi piedi di legno durissimo lavorava cosÝ bene, da tener sempre i suoi nemici a rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano arrivare e toccare, ci lasciavano sempre un livido per ricordo.
  Allora i ragazzi, indispettiti di non potersi misurare col burattino a corpo a corpo, pensarono bene di metter mano ai proiettili, e sciolti i fagotti dŔ loro libri di scuola, cominciarono a scagliare contro di lui i Sillabari, le Grammatiche, i Giannettini, i Minuzzoli, i Racconti del Thouar, il Pulcino della Baccini e altri libri scolastici: ma il burattino, che era d'occhio svelto e ammalizzito, faceva sempre civetta a tempo, sicchÚ i volumi, passandogli di sopra al capo, andavano tutti a cascare nel mare.
  Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei libri fossero roba da mangiare, correvano a frotte a fior d'acqua; ma dopo avere abboccata qualche pagina o qualche frontespizio, la risputavano subito facendo con la bocca una certa smorfia, che pareva volesse dire: ź Non Ŕ roba per noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto meglio ╗.
  Intanto il combattimento s'inferociva sempre pi˙, quand'ecco che un grosso Granchio, che era uscito fuori dell'acqua e s'era adagio adagio arrampicato fin sulla spiaggia, grid˛ con una vociaccia di trombone infreddato:
  -- Smettetela, birichini che non siete altro! Queste guerre manesche fra ragazzi e ragazzi raramente vanno a finir bene. Qualche disgrazia accade sempre.
  Povero Granchio! Fu lo stesso che avesse predicato al vento. Anzi quella birba di Pinocchio, voltandosi indietro a guardarlo in cagnesco, gli disse sgarbatamente:
  -- Chetati, Granchio dell'uggia! Faresti meglio a succiare due pasticche di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola. Vai piuttosto a letto e cerca di sudare.
  In quel frattempo i ragazzi, che avevano finito oramai di tirare tutti i loro libri, occhiarono lÝ a poca distanza il fagotto dei libri del burattino, e se ne impadronirono in men che non si dice.
  Fra questi libri, v'era un volume rilegato in cartoncino grosso, colla costola e colle punte di cartapecora. Era un Trattato di aritmetica. Vi lascio immaginare se era peso di molto!
  Uno di quei monelli agguant˛ quel volume e, presa di mira la testa di Pinocchio, lo scagli˛ con quanta forza aveva nel braccio: ma invece di cogliere il burattino, colse nella testa uno dei compagni; il quale divent˛ bianco come un panno lavato, e non disse altro che queste parole:
  -- O mamma mia, aiutatemi... perchÚ muoio!
  Poi cadde disteso sulla rena del lido.
  Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaventati si dettero a scappare a gambe e in pochi minuti non si videro pi˙.
  Ma Pinocchio rimase lÝ, e sebbene per il dolore e per lo spavento, anche lui fosse pi˙ morto che vivo, nondimeno corse a inzuppare il suo fazzoletto nell'acqua del mare e si pose a bagnare la tempia del suo povero compagno di scuola. E intanto piangendo dirottamente e disperandosi, lo chiamava per nome e gli diceva:
  -- Eugenio, povero Eugenio mio!... apri gli occhi e guardami!... PerchÚ non mi rispondi? Non sono stato io, sai, che ti ho fatto tanto male! Credilo, non sono stato io!... Apri gli occhi, Eugenio! Se tieni gli occhi chiusi, mi farai morire anche me... O Dio mio, come far˛ ora a tornare a casa? Con che coraggio potr˛ presentarmi alla mia buona mamma?... Che sarÓ di me? Dove fuggir˛? dove ander˛ a nascondermi?... Oh, quant'era meglio, mille volte meglio che fossi andato a scuola! PerchÚ ho dato retta a questi compagni, che sono la mia dannazione? E il maestro me l'aveva detto! e la mia mamma me lo aveva ripetuto: ź Guardati dai cattivi compagni! ╗ Ma io sono un testardo... un caparbiaccio... lascio dir tutti, e poi fo sempre a modo mio. E dopo mi tocca a scontarle... E cosÝ, da che sono al mondo, non ho mai avuto un quarto d'ora di bene. Dio mio, che sarÓ di me, che sarÓ di me, che sarÓ di me?
  E Pinocchio continuava a piangere, e berciare, a darsi pugni nel capo e a chiamar per nome il povero Eugenio: quando sentÝ a un tratto un rumore sordo di passi che si avvicinavano.
  Si volt˛: erano due carabinieri
  -- Che cosa fai cosÝ sdraiato per terra? -- domandarono a Pinocchio.
  -- Assisto questo mio compagno di scuola.
  -- Che gli Ŕ venuto male?
  -- Par di sÝ...
  -- Altro che male! -- disse uno dei carabinieri, chinandosi e osservando Eugenio da vicino. -- Questo ragazzo Ŕ stato ferito in una tempia: chi Ŕ che l'ha ferito?
  -- Io no, -- balbett˛ il burattino che non aveva pi˙ fiato in corpo.
  -- Se non sei stato tu, chi Ŕ stato dunque che l'ha ferito?
  -- Io no, -- ripetŔ Pinocchio.
  -- E con che cosa Ŕ stato ferito?
  -- Con questo libro --. E il burattino raccatt˛ di terra il Trattato di aritmetica, rilegato in cartone e cartapecora, per mostrarlo al carabiniere.
  -- E questo libro di chi Ŕ?
  -- Mio.
  -- Basta cosÝ: non occorre altro. Rizzati subito e vieni via con noi.
  -- Ma io...
  -- Via con noi!
  -- Ma io sono innocente...
  -- Via con noi!
  Prima di partire, i carabinieri chiamarono alcuni pescatori, che in quel momento passavano per l'appunto colla loro barca vicino alla spiaggia, e dissero loro:
  -- Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel capo. Portatelo a casa vostra e assistetelo. Domani torneremo a vederlo.
  Quindi si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due, gl'intimarono con accento soldatesco:
  -- Avanti! e cammina spedito: se no, peggio per te!
  Senza farselo ripetere, il burattino cominci˛ a camminare per quella viottola, che conduceva al paese. Ma il povero diavolo non sapeva pi˙ nemmeno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di sognare, e che brutto sogno! Era fuori di sÚ. I suoi occhi vedevano tutto doppio: le gambe gli tremavano: la lingua gli era rimasta attaccata al palato e non poteva pi˙ spiccicare una sola parola. Eppure, in mezzo a quella specie di stupiditÓ e di rintontimento, una spina acutissima gli bucava il cuore: il pensiero, cioŔ, di dover passare sotto le finestre di casa della sua buona Fata, in mezzo ai carabinieri. Avrebbe preferito piuttosto di morire.
  Erano giÓ arrivati e stavano per entrare in paese, quando una folata di vento strapazzone lev˛ di testa a Pinocchio il berretto, portandoglielo lontano una decina di passi.
  -- Si contentano, -- disse il burattino ai carabinieri, -- che vada a riprendere il mio berretto?
  -- Vai pure, ma facciamo una cosa lesta.
  Il burattino and˛, raccatt˛ il berretto, ma invece di metterselo in capo, se lo mise in bocca fra i denti, e poi cominci˛ a correre di gran carriera verso la spiaggia del mare. Andava via come una palla di fucile.
  I carabinieri, giudicando che fosse difficile raggiungerlo, gli aizzarono dietro un grosso cane mastino, che aveva guadagnato il primo premio in tutte le corse dei cani. Pinocchio correva, e il cane correva pi˙ di lui: per cui tutta la gente si affacciava alle finestre e si affollava in mezzo alla strada, ansiosa di veder la fine di questo palio feroce.
  Ma non potÚ levarsi questa voglia, perchÚ il cane mastino e Pinocchio sollevarono lungo la strada un tal polverone, che dopo pochi minuti non fu pi˙ possibile di veder nulla.



XXVIII.

PINOCCHIO CORRE PERICOLO DI ESSERE FRITTO IN PADELLA COME UN PESCE.

  Durante quella corsa disperata, vi fu un momento terribile, un momento in cui Pinocchio si credÚ perduto: perchÚ bisogna sapere che Alidoro (era questo il nome del can mastino) a furia di correre e correre, l'aveva quasi raggiunto.
  Basti dire che il burattino sentiva dietro di sÚ, alla distanza d'un palmo, l'ansare affannoso di quella bestiaccia e ne sentiva perfino la vampa calda delle fiatate.
  Per buona fortuna la spiaggia era oramai vicina e il mare si vedeva lÝ a pochi passi.
  Appena fu sulla spiaggia, il burattino spicc˛ un bellissimo salto, come avrebbe potuto fare un ranocchio, e and˛ a cascare in mezzo all'acqua. Alidoro invece voleva fermarsi; ma trasportato dall'impeto della corsa, entr˛ nell'acqua anche lui. E quel disgraziato non sapeva nuotare; per cui cominci˛ subito ad annaspare colle zampe per reggersi a galla: ma pi˙ annaspava e pi˙ andava col capo sott'acqua.
  Quando torno a rimettere il capo fuori, il povero cane aveva gli occhi impauriti e stralunati, e, abbaiando, gridava.
  -- Affogo! affogo!
  -- Crepa! -- gli rispose Pinocchio da lontano, il quale si vedeva oramai sicuro da ogni pericolo.
  -- Aiutami, Pinocchio mio!... salvami dalla morte!...
  A quelle grida strazianti, il burattino, che in fondo aveva un cuore eccellente, si mosse a compassione, e voltosi al cane gli disse:
  -- Ma se io ti aiuto a salvarti, mi prometti di non darmi pi˙ noia e di non corrermi dietro?
  -- Te lo prometto! te lo prometto! Spicciati per caritÓ, perchÚ, se indugi un altro mezzo minuto, son bell'e morto.
  Pinocchio esit˛ un poco: ma poi ricordandosi che il suo babbo gli aveva detto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai, and˛ nuotando a raggiungere Alidoro, e, presolo per la coda con tutte e due le mani, lo port˛ sano e salvo sulla rena asciutta del lido.
  Il povero cane non si reggeva pi˙ in piedi. Aveva bevuto, senza volerlo, tant'acqua salata, che era gonfiato come un pallone. Per altro il burattino, non volendo fare a fidarsi troppo, stim˛ cosa prudente di gettarsi novamente in mare; e, allontanandosi dalla spiaggia, grid˛ all'amico salvato:
  -- Addio, Alidoro, fai buon viaggio e tanti saluti a casa.
  -- Addio, Pinocchio, -- rispose il cane; -- mille grazie di avermi liberato dalla morte. Tu mi hai fatto un gran servizio: e in questo mondo quel che Ŕ fatto Ŕ reso. Se capita l'occasione, ci riparleremo.
  Pinocchio seguit˛ a nuotare, tenendosi sempre vicino alla terra. Finalmente gli parve di esser giunto in un luogo sicuro; e dando un' occhiata alla spiaggia, vide sugli scogli una specie di grotta, dalla quale usciva un lunghissimo pennacchio di fumo.
  -- In quella grotta, -- disse allora fra sÚ, -- ci deve essere del fuoco. Tanto meglio! Ander˛ a rasciugarmi e a riscaldarmi, e poi... E poi sarÓ quel che sarÓ.
  Presa questa risoluzione, si avvicin˛ alla scogliera; ma quando fu lÝ per arrampicarsi, sentÝ qualche cosa sotto l'acqua che saliva, saliva, saliva e lo portava per aria. Tent˛ subito di fuggire, ma oramai era tardi, perchÚ con sua grandissima maraviglia si trov˛ rinchiuso dentro a una grossa rete in mezzo a un brulichio di pesci d'ogni forma e grandezza, che scodinzolando si dibattevano come tant'anime disperate.
  E nel tempo stesso vide uscire dalla grotta un pescatore cosÝ brutto, ma tanto brutto, che pareva un mostro marino. Invece di capelli aveva sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde; verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi, verde la barba lunghissima, che gli scendeva fin quaggi˙. Pareva un grosso ramarro ritto su i piedi di dietro.
  Quando il pescatore ebbe tirata fuori la rete dal mare, grid˛ tutto contento:
  -- Provvidenza benedetta! Anch'oggi potr˛ fare una bella scorpacciata di pesce.
  ź Manco male che io non sono un pesce! ╗ disse Pinocchio dentro di sÚ, ripigliando un po' di coraggio.
  La rete piena di pesci fu portata dentro la grotta, una grotta buia e affumicata, in mezzo alla quale friggeva una gran padella d'olio, che mandava un odorino di moccolaia da mozzare il respiro.
  -- Ora vediamo un po' che pesci abbiamo presi, -- disse il pescatore verde; e ficcando nella rete una manona cosÝ spropositata, che pareva una pala da fornai, tir˛ fuori una manciata di triglie.
  -- Buone queste triglie! -- disse, guardandole e annusandole con compiacenza. E dopo averle annusate, le scaravent˛ in una conca senz'acqua.
  Poi ripetŔ pi˙ volte la solita operazione; e via via che cavava fuori gli altri pesci, sentiva venirsi l'acquolina in bocca e gongolando diceva:
  -- Buoni questi naselli!
  -- Squisiti questi muggini!
  -- Deliziose queste sogliole!
  -- Prelibati questi ragnotti!
  -- Carine queste acciughe col capo!
  Come potete immaginarvelo, i naselli, i muggini, le sogliole, i ragnotti e le acciughe, andarono tutti alla rinfusa nella conca, a tener compagnia alle triglie.
  L'ultimo che rest˛ nella rete fu Pinocchio.
  Appena il pescatore l'ebbe cavato fuori, sgran˛ dalla maraviglia i suoi occhioni verdi, gridando quasi impaurito:
  -- Che razza di pesce Ŕ questo? Dei pesci fatti a questo modo non mi ricordo di averne mangiati mai.
  E torn˛ a guardarlo attentamente, e dopo averlo guardato ben bene per ogni verso, finÝ col dire:
  -- Ho giÓ capito: dev'essere un granchio di mare.
  Allora Pinocchio mortificato di sentirsi scambiare per un granchio, disse con accento risentito:
  -- Ma che granchio e non granchio? Guardi come lei mi tratta! Io per sua regola sono un burattino.
  -- Un burattino? -- replic˛ il pescatore. -- Dico la veritÓ, il pesce burattino Ŕ per me un pesce nuovo. Meglio cosÝ: ti manger˛ pi˙ volentieri.
  -- Mangiarmi? Ma la vuol capire che io non sono un pesce? O non sente che parlo, e ragiono come lei? -- ╚ verissimo, -- soggiunse il pescatore, -- e siccome vedo che sei un pesce, che hai la fortuna di parlare e di ragionare, come me, cosÝ voglio usarti anch'io i dovuti riguardi.
  -- E questi riguardi sarebbero?...
  -- In segno di amicizia e di stima particolare, lascer˛ a te la scelta del come vuoi essere cucinato. Desideri essere fritto in padella, oppure preferisci di essere cotto nel tegame colla salsa di pomidoro?
  -- A dir la veritÓ, -- rispose Pinocchio, -- se io debbo scegliere, preferisco piuttosto di essere lasciato libero, per potermene tornare a casa mia.
  -- Tu scherzi? Ti pare che io voglia perdere l'occasione di assaggiare un pesce cosi raro? Non capita mica tutti i giorni un pesce burattino in questi mari. Lascia fare a me: ti frigger˛ in padella assieme a tutti gli altri pesci, e te ne troverai contento. L'esser fritto in compagnia Ŕ sempre una consolazione.
  L'infelice Pinocchio, a quest'antifona, cominci˛ a piangere, a strillare, a raccomandarsi e piangendo diceva: -- Quant'era meglio, che fossi andato a scuola!... Ho voluto dar retta ai compagni, e ora la pago ih! ih! ih!...
  E perchÚ si divincolava come un anguilla e faceva sforzi incredibili, per isgusciare dalle grinfie del pescatore verde, questi prese una bella buccia di giunco, e dopo averlo legato per le mani e per i piedi, come un salame, lo gett˛ in fondo alla conca cogli altri.
  Poi, tirato fuori un vassoiaccio di legno, pieno di farina, si dette a infarinare tutti quei pesci; e man mano che li aveva infarinati, li buttava a friggere dentro la padella.
  I primi a ballare nell'olio bollente furono i poveri naselli: poi tocc˛ ai ragnotti, poi ai muggini, poi alle sogliole e alle acciughe, e poi venne la volta di Pinocchio. Il quale a vedersi cosÝ vicino alla morte (e che brutta morte!) fu preso da tanto tremito e da tanto spavento, che non aveva pi˙ nÚ voce nÚ fiato per raccomandarsi.
  Il povero figliolo si raccomandava cogli occhi! Ma il pescatore verde, senza badarlo neppure, lo avvoltol˛ cinque o sei volte nella farina, infarinandolo cosÝ bene dal capo ai piedi, che pareva diventato un burattino di gesso.
  Poi lo prese per il capo, e...



XXIX.

RITORNA A CASA DELLA FATA, LA QUALE GLI PROMETTE CHE IL GIORNO DOPO NON SAR└ PI┌ UN BURATTINO, MA DIVENTER└ UN RAGAZZO. GRAN COLAZIONE DI CAFF╚ E LATTE PER FESTEGGIARE QUESTO GRANDE AVVENIMENTO.

  Mentre il pescatore era proprio sul punto di buttar Pinocchio nella padella, entr˛ nella grotta un grosso cane condotto lÓ dall'odore acutissimo e ghiotto della frittura.
  -- Passa via! -- gli grid˛ il pescatore minacciandolo e tenendo sempre in mano il burattino infarinato.
  Ma il povero cane aveva una fame per quattro, e mugolando e dimenando la coda, pareva che dicesse:
  -- Dammi un boccon di frittura e ti lascio in pace.
  -- Passa via, ti dico! -- gli ripetŔ il pescatore; e allung˛ la gamba per tirargli una pedata.
  Allora il cane che, quando aveva fame davvero, non era avvezzo a lasciarsi posar mosche sul naso, si rivolt˛ ringhioso al pescatore, mostrandogli le sue terribili zanne.
  In quel mentre si udÝ nella grotta una vocina fioca fioca, che disse:
  -- Salvami, Alidoro! Se non mi salvi, son fritto!
  Il cane riconobbe subito la voce di Pinocchio e si accorse con sua grandissima maraviglia che la vocina era uscita da quel fagotto infarinato che il pescatore teneva in mano.
  Allora che cosa fa? Spicca un gran lancio da terra, abbocca quel fagotto infarinato e tenendolo leggermente coi denti, esce correndo dalla grotta, e via come un baleno.
  Il pescatore, arrabbiatissimo di vedersi strappar di mano un pesce, che egli avrebbe mangiato tanto volentieri, si prov˛ a rincorrere il cane; ma fatti pochi passi, gli venne un nodo di tosse e dovŔ tornarsene indietro.
  Intanto Alidoro, ritrovata che ebbe la viottola che conduceva al paese, si ferm˛ e pos˛ delicatamente in terra l'amico Pinocchio.
  -- Quanto ti debbo ringraziare! -- disse il burattino.
  -- Non c'Ŕ bisogno, -- replic˛ il cane. -- Tu salvasti me, e quel che Ŕ fatto, Ŕ reso. Si sa: in questo mondo bisogna tutti aiutarsi l'uno coll'altro.
  -- Ma come mai sei capitato in quella grotta?
  -- Ero sempre qui disteso sulla spiaggia pi˙ morto che vivo, quando il vento mi ha portato da lontano un odorino di frittura. Quell'odorino mi ha stuzzicato l'appetito, e io gli sono andato dietro. Se arrivavo un minuto pi˙ tardi...
  -- Non me lo dire! -- url˛ Pinocchio che tremava ancora dalla paura. -- Non me lo dire! Se tu arrivavi un minuto pi˙ tardi, a quest'ora io ero bell'e fritto, mangiato e digerito. Brrr!... mi vengono i brividi soltanto a pensarvi!
  Alidoro, ridendo, stese la zampa destra verso il burattino, il quale gliela strinse forte forte in segno di grande amicizia; e dopo si lasciarono.
  Il cane riprese la strada di casa e Pinocchio, rimasto solo, and˛ a una capanna lÝ poco distante, e domand˛ a un vecchietto che stava sulla porta a scaldarsi al sole:
  -- Dite, galantuomo, sapete nulla di un povero ragazzo ferito nel capo e che si chiamava Eugenio?
  -- Il ragazzo Ŕ stato portato da alcuni pescatori in questa capanna, e ora...
  -- Ora sarÓ morto!... -- interruppe Pinocchio con gran dolore.
  -- No: ora Ŕ vivo, ed Ŕ giÓ ritornato a casa sua.
  -- Davvero, davvero? -- grid˛ il burattino, saltando dall'allegrezza. -- Dunque la ferita non era grave?
  -- Ma poteva riuscire gravissima e anche mortale, -- rispose il vecchietto, -- perchÚ gli tirarono sul capo un grosso libro rilegato in cartone.
  -- E chi glielo tir˛?
  -- Un suo compagno di scuola, un certo Pinocchio.
  -- E chi Ŕ questo Pinocchio? -- domand˛ il burattino facendo lo gnorri.
  -- Dicono che sia un ragazzaccio, un vagabondo, un vero rompicollo.
  -- Calunnie, tutte calunnie!
  -- Lo conosci tu questo Pinocchio?
  -- Di vista, -- rispose il burattino.
  -- E tu che concetto ne hai? -- gli chiese il vecchietto.
  -- A me mi pare un gran buon figliolo, pieno di voglia di studiare, ubbidiente, affezionato al suo babbo e alla sua famiglia...
  Mentre il burattino sfilava a faccia fresca tutte queste bugie, si tocc˛ il naso e si accorse che il naso gli s'era allungato pi˙ d'un palmo. Allora tutto impaurito cominci˛ a gridare:
  -- Non date retta, galantuomo, a tutto il bene che ve ne ho detto: perchÚ conosco benissimo Pinocchio e posso assicurarvi anch'io che Ŕ davvero un ragazzaccio, un disubbidiente e uno svogliato, che invece di andare a scuola, va coi compagni a fare lo sbarazzino.
  Appena ebbe pronunziate queste parole, il suo naso raccorcÝ e torn˛ della grandezza naturale, come era prima.
  -- E perchÚ sei tutto bianco a codesto modo? -- gli domand˛ a un tratto il vecchietto.
  -- Vi dir˛,... senza avvedermene mi sono strofinato a un muro che era imbiancato di fresco, -- rispose il burattino, vergognandosi a confessare che lo avevano infarinato come un pesce, per poi friggerlo in padella.
  -- O della tua giacchetta, dŔ tuoi calzoncini e del tuo berretto che cosa ne hai fatto?
  -- Ho incontrato i ladri e mi hanno spogliato.
  Dite, buon vecchio, non avreste per caso da darmi un po' di vestituccio, tanto perchÚ io possa ritornare a casa?
  -- Ragazzo mio, in fatto di vestiti, io non ho che un piccolo sacchetto, dove ci tengo i lupini. Se vuoi, piglialo: eccolo lÓ.
  E Pinocchio non se lo fece dire due volte: prese subito il sacchetto dei lupini che era vuoto, e dopo averci fatto colle forbici una piccola buca nel fondo e due buche dalle parti, se lo infil˛ a uso camicia. E vestito leggerino a quel modo, si avvi˛ verso il paese.
  Ma, lungo la strada, non si sentiva punto tranquillo; tant'Ŕ vero che faceva un passo avanti e uno indietro e, discorrendo da se solo, andava dicendo:
  -- Come far˛ a presentarmi alla mia buona Fatina? Che dirÓ quando mi vedrÓ?... VorrÓ perdonarmi questa seconda birichinata?... Scommetto che non me la perdona: oh, non me la perdona di certo! E mi sta il dovere: perchÚ io sono un monello che prometto sempre di correggermi e non mantengo mai.
  Arriv˛ al paese che era giÓ notte buia, e perchÚ faceva tempaccio e l'acqua veniva gi˙ a catinelle, and˛ diritto diritto alla casa della Fata coll'animo risoluto di bussare alla porta e di farsi aprire.
  Ma quando fu lÝ sentÝ mancarsi il coraggio e, invece di bussare, si allontan˛ correndo una ventina di passi. Poi torn˛ una seconda volta alla porta, e non concluse nulla; poi si avvicin˛ una terza volta, e nulla; la quarta volta prese tremando il battente di ferro in mano, e buss˛ un piccolo colpettino.
  Aspetta aspetta, finalmente dopo mezz'ora si aprÝ una finestra dell'ultimo piano (la casa era di quattro piani) e Pinocchio vide affacciarsi una grossa Lumaca, che aveva un lumicino acceso sul capo, la quale disse:
  -- Chi Ŕ a quest'ora?
  -- La Fata Ŕ in casa? -- domand˛ il burattino.
  -- La Fata dorme e non vuol essere svegliata: ma tu chi sei?
  -- Sono io.
  -- Chi io?
  -- Pinocchio.
  -- Chi Pinocchio?
  -- Il burattino, quello che sta in casa colla Fata.
  -- Ah, ho capito, -- disse la Lumaca: -- aspettami costÝ, che ora scendo gi˙ e ti apro subito.
  -- Spicciatevi, per caritÓ, perchÚ io muoio dal freddo.
  -- Ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta.
  Intanto pass˛ un'ora, ne passarono due, e la porta non si apriva: per cui Pinocchio, che tremava dal freddo, dalla paura e dall'acqua che aveva addosso, si fece cuore e buss˛ una seconda volta, e buss˛ pi˙ forte. A quel secondo colpo si aprÝ una finestra del piano di sotto e si affacci˛ la solita Lumaca.
  -- Lumachina bella, -- grid˛ Pinocchio dalla strada, -- sono due ore che aspetto! E due ore, a questa serataccia, diventano pi˙ lunghe di due anni. Spicciatevi, per caritÓ.
  -- Ragazzo mio -- gli rispose dalla finestra quella bestiola tutta pace e tutta flemma, -- ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta.
  E la finestra si richiuse.
  Di lÝ a poco suon˛ la mezzanotte: poi il tocco, poi le due dopo mezzanotte, e la porta era sempre chiusa.
  Allora Pinocchio, perduta la pazienza, afferr˛ con rabbia il battente della porta per bussare un gran colpo da far rintronare tutto il casamento: ma il battente che era di ferro, divent˛ a un tratto un'anguilla viva, che sgusciandogli dalle mani sparÝ nel rigagnolo d'acqua in mezzo alla strada.
  -- Ah, sÝ? -- grid˛ Pinocchio sempre pi˙ accecato dalla collera. -- Se il battente Ŕ sparito, io seguiter˛ a bussare a furia di calci.
  E tiratosi un poco indietro, lasci˛ andare una solennissima pedata nell'uscio della casa. Il colpo fu cosÝ forte, che il piede penetr˛ nel legno fino a mezzo: e quando il burattino si prov˛ a ricavarlo fuori, fu tutta fatica inutile: perchÚ il piede c'era rimasto conficcato dentro, come un chiodo ribadito.
  Figuratevi il povero Pinocchio! DovŔ passare tutto il resto della notte con un piede in terra e con quell'altro per aria.
  La mattina, sul far del giorno, finalmente la porta si aprÝ.
  Quella brava bestiola della Lumaca, a scendere dal quarto piano fino all'uscio di strada, ci aveva messo solamente nove ore. Bisogna proprio dire che avesse fatto una sudata.
  -- Che cosa fate con codesto piede conficcato nell'uscio? -- domand˛ ridendo al burattino.
  -- ╚ stata una disgrazia. Vedete un po', Lumachina bella, se vi riesce di liberarmi da questo supplizio.
  -- Ragazzo mio, cosÝ ci vuole un legnaiolo, e io non ho mai fatto la legnaiola.
  -- Pregate la Fata da parte mia...
  -- La Fata dorme e non vuol essere svegliata.
  -- Ma che cosa volete che io faccia inchiodato tutto il giorno a questa porta?
  -- Divertiti a contare le formicole che passano per la strada.
  -- Portatemi almeno qualche cosa da mangiare, perchÚ mi sento rifinito.
  -- Subito! -- disse la Lumaca.
  Difatti dopo tre ore e mezzo Pinocchio la vide tornare con un vassoio d'argento in capo. Nel vassoio c'era un pane, un pollastro arrosto e quattro albicocche mature.
  -- Ecco la colazione che vi manda la Fata, -- disse la Lumaca.
  Alla vista di quella grazia di Dio, il burattino sentÝ consolarsi tutto.
  Ma quale fu il suo disinganno, quando incominciando a mangiare, si dovŔ accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di cartone e le quattro albicocche di alabastro, colorite al naturale.
  Voleva piangere, voleva darsi alla disperazione, voleva buttar via il vassoio e quel che c'era dentro: ma invece, o fosse il gran dolore o la gran languidezza di stomaco, fatto sta che cadde svenuto.
  Quando si riebbe, si trov˛ disteso sopra un sofÓ, e la Fata era accanto a lui.
  -- Anche per questa volta ti perdono, -- gli disse la Fata, -- ma guai a te se me ne fai un'altra delle tue!
  Pinocchio promise e giur˛ che avrebbe studiato, e che si sarebbe condotto sempre bene. E mantenne la parola per tutto il resto dell'anno. Difatti, agli esami delle vacanze, ebbe l'onore di essere il pi˙ bravo della scuola; e i suoi portamenti, in generale, furono giudicati cosÝ lodevoli e soddisfacenti, che la Fata, tutta contenta, gli disse:
  -- Domani finalmente il tuo desiderio sarÓ appagato.
  -- CioŔ?
  -- Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un ragazzo perbene.
  Chi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto sospirata, non potrÓ mai figurarsela. Tutti i suoi amici e compagni di scuola dovevano essere invitati per il giorno dopo a una gran colazione in casa della Fata, per festeggiare insieme il grande avvenimento: e la Fata aveva fatto preparare dugento tazze di caffŔ e latte e quattrocento panini imburrati di sotto e di sopra. Quella giornata prometteva d'essere molto bella e molto allegra, ma...
  Disgraziatamente, nella vita dei burattini c'Ŕ sempre un ma che sciupa ogni cosa.



XXX.

PINOCCHIO, INVECE DI DIVENTARE UN RAGAZZO, PARTE DI NASCOSTO COL SUO AMICO LUCIGNOLO PER IL PAESE DEI BALOCCHI.

  Com'Ŕ naturale, Pinocchio chiese subito alla Fata il permesso di andare in giro per la cittÓ a fare gli inviti: e la Fata gli disse:
  -- Vai pure a invitare i tuoi compagni per la colazione di domani: ma ricordati di tornare a casa prima che faccia notte. Hai capito?
  -- Fra un'ora prometto di essere bell'e ritornato, -- replic˛ il burattino.
  -- Bada, Pinocchio! I ragazzi fanno presto a promettere, ma il pi˙ delle volte, fanno tardi a mantenere.
  -- Ma io non sono come gli altri: io, quando dico una cosa, la mantengo.
  -- Vedremo. Caso poi tu disubbidissi, tanto peggio per te.
  -- PerchÚ?
  -- PerchÚ i ragazzi che non danno retta ai consigli di chi ne sa pi˙ di loro, vanno sempre incontro a qualche disgrazia.
  -- E io l'ho provato! -- disse Pinocchio. -- Ma ora non ci ricasco pi˙.
  -- Vedremo se dici il vero.
  Senza aggiungere altre parole, il burattino salut˛ la sua buona Fata, che era per lui una specie di mamma, e cantando e ballando uscÝ fuori della porta di casa.
  In poco pi˙ d'un'ora, tutti i suoi amici furono invitati. Alcuni accettarono subito e di gran cuore: altri da principio si fecero un po' pregare; ma quando seppero che i panini da inzuppare nel caffŔ-e-latte sarebbero stati imburrati anche dalla parte di fuori, finirono tutti col dire: ź Verremo anche noi per farti piacere ╗.
  Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava di nome Romeo: ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte.
  Lucignolo era il ragazzo pi˙ svogliato e pi˙ birichino di tutta la scuola: ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Difatti and˛ subito a cercarlo a casa, per invitarlo alla colazione, e non lo trov˛: torn˛ una seconda volta, e Lucignolo non c'era: torn˛ una terza volta, e fece la strada invano.
  Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca di lÓ, finalmente lo vide nascosto sotto il portico di una casa di contadini.
  -- Che cosa fai costÝ? -- gli domand˛ Pinocchio, avvicinandosi.
  -- Aspetto la mezzanotte, per partire.
  -- Dove vai?
  -- Lontano lontano lontano.
  -- E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!...
  -- Che cosa volevi da me?
  -- Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi Ŕ toccata?
  -- Quale?
  -- Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come te, e come tutti gli altri.
  -- Buon pro ti faccia.
  -- Domani, dunque, ti aspetto a colazione a casa mia.
  -- Ma se ti dico che parto questa sera.
  -- A che ora?
  -- Fra poco.
  -- E dove vai?
  -- Vado ad abitare in un paese... che Ŕ il pi˙ bel paese di questo mondo: una vera cuccagna!
  -- E come si chiama?
  -- Si chiama il Paese dei Balocchi. PerchÚ non vieni anche tu?
  -- Io? no davvero!
  -- Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese pi˙ salubre per noialtri ragazzi? LÝ non vi sono scuole: lÝ non vi sono maestri: lÝ non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedÝ non si fa scuola: e ogni settimana Ŕ composta di sei giovedÝ e di una domenica. Figurati che le vacanze dell'autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll'ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!
  -- Ma come si passano le giornate nel Paese dei Balocchi?
  -- Si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo. Che te ne pare?
  -- Uhm! -- fece Pinocchio, e tentenn˛ leggermente il capo, come dire: ź ╚ una vita che farei volentieri anch'io! ╗
  -- Dunque, vuoi partire con me? SÝ o no? Risolviti.
  -- No, no, no e poi no. Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo perbene, e voglio mantenere la promessa. Anzi, siccome vedo che il sole va sotto, cosÝ ti lascio subito e scappo via. Dunque addio e buon viaggio.
  -- Dove corri con tanta furia?
  -- A casa. La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte.
  -- Aspetta altri due minuti.
  -- Faccio troppo tardi.
  -- Due minuti soli.
  -- E se poi la Fata mi grida?
  -- Lasciala gridare. Quando avrÓ gridato ben bene, si cheterÓ, -- disse quella birba di Lucignolo.
  -- E come fai? Parti solo o in compagnia?
  -- Solo? Saremo pi˙ di cento ragazzi.
  -- E il viaggio lo fate a piedi?
  -- Fra poco passerÓ di qui il carro che ci deve prendere e condurre fin dentro ai confini di quel fortunatissimo paese.
  -- Che cosa pagherei che il carro passasse ora!
  -- PerchÚ?
  -- Per vedervi partire tutti insieme.
  -- Rimani qui un altro poco e ci vedrai.
  -- No, no: voglio ritornare a casa.
  -- Aspetta altri due minuti.
  -- Ho indugiato anche troppo. La Fata starÓ in pensiero per me.
  -- Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli?
  -- Ma dunque, -- soggiunse Pinocchio, -- tu sei veramente sicuro che in quel paese non ci sono punte scuole?
  -- Neanche l'ombra.
  -- E nemmeno maestri?
  -- Nemmen uno.
  -- E non c'Ŕ mai l'obbligo di studiare?
  -- Mai, mai, mai!
  -- Che bel paese! -- disse Pinocchio, sentendo venirsi l'acquolina in bocca. -- Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me lo figuro.
  -- PerchÚ non vieni anche tu?
  -- E inutile che tu mi tenti! Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo di giudizio, e non voglio mancare alla parola.
  -- Dunque addio, e salutami tanto le scuole ginnasiali,... e anche quelle liceali, se le incontri per la strada.
  -- Addio, Lucignolo: fai buon viaggio, divertiti e rammentati qualche volta degli amici.
  Ci˛ detto, il burattino fece due passi in atto di andarsene: ma poi, fermandosi e voltandosi all'amico, gli domand˛:
  -- Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane sieno composte di sei giovedÝ e di una domenica?
  -- Sicurissimo.
  -- Ma lo sai di certo che le vacanze abbiano principio col primo di gennaio e finiscano coll'ultimo di dicembre?
  -- Di certissimo!
  -- Che bel paese! -- ripetŔ Pinocchio, sputando dalla soverchia consolazione.
  Poi, fatto un animo risoluto, soggiunse in fretta e furia:
  -- Dunque, addio davvero: e buon viaggio.
  -- Addio.
  -- Fra quanto partirete?
  -- Fra poco.
  -- Peccato! Se alla partenza mancasse un'ora sola, sarei quasi quasi capace di aspettare.
  -- E la Fata?...
  -- Oramai ho fatto tardi,... E tornare a casa un'ora prima o un'ora dopo, Ŕ lo stesso.
  -- Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida?
  -- Pazienza! La lascer˛ gridare. Quando avrÓ gridato ben bene, si cheterÓ.
  Intanto si era giÓ fatta notte e notte buia: quando a un tratto videro muoversi in lontananza un lumicino e sentirono un suono di bubboli e uno squillo di trombetta, cosÝ piccolino e soffocato, che pareva il sibilo di una zanzara.
  -- Eccolo! -- grid˛ Lucignolo, rizzandosi in piedi.
  -- Chi Ŕ? -- domand˛ sottovoce Pinocchio.
  -- ╚ il carro che viene a prendermi. Dunque, vuoi venire, sÝ o no?
  -- Ma Ŕ proprio vero, -- domand˛ il burattino, -- che in quel paese i ragazzi non hanno mai l'obbligo di studiare?
  -- Mai, mai, mai!
  -- Che bel paese, che bel paese, che bel paese!



XXXI.

DOPO CINQUE MESI DI CUCCAGNA PINOCCHIO CON SUA GRANDE MARAVIGLIA SENTE SPUNTARSI UN BEL PAIO D'ORECCHIE ASININE, E DIVENTA UN CIUCHINO, CON LA CODA E TUTTO.

  Finalmente il carro arriv˛: e arriv˛ senza fare il pi˙ piccolo rumore, perchÚ le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci.
  Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma di diverso pelame.
  Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e altri rigati a grandi strisce gialle e turchine. Ma la cosa pi˙ singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutti le altre bestie da tiro o da soma, avevano ai piedi degli stivali da uomo di vacchetta bianca.
  E il conduttore del carro?
  Figuratevi un omino pi˙ largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d'un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.
  Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di Paese dei Balocchi.
  Difatti il carro era giÓ tutto pieno di ragazzetti fra gli otto e i dodici anni, ammonticchiati gli uni sugli altri, come tante acciughe nella salamoia. Stavano male, stavano pigiati, non potevano quasi respirare; ma nessuno diceva ohi, nessuno si lamentava. La consolazione di sapere che fra poche ore sarebbero giunti in un paese, dove non c'erano nÚ libri, nÚ scuole, nÚ maestri, li rendeva cosÝ contenti e rassegnati, che non sentivano nÚ i disagi, nÚ gli strapazzi, nÚ la fame, nÚ la sete, nÚ il sonno.
  Appena che il carro si fu fermato, l'omino si volse a Lucignolo e con mille smorfie e mille manierine, gli domand˛ sorridendo:
  -- Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu in quel fortunato paese?
  -- Sicuro che ci voglio venire.
  -- Ma ti avverto, carino mio, che nel carro non c'Ŕ pi˙ posto. Come vedi, Ŕ tutto pieno.
  -- Pazienza! -- replic˛ Lucignolo, -- se non c'Ŕ posto dentro, io mi adatter˛ a star seduto sulle stanghe del carro.
  E spiccato un salto, mont˛ a cavalcioni sulle stanghe.
  -- E tu, amor mio, -- disse l'omino volgendosi tutto complimentoso a Pinocchio, -- che intendi fare? Vieni con noi, o rimani?
  -- Io rimango, -- rispose Pinocchio. -- Io voglio tornarmene a casa mia: voglio studiare e voglio farmi onore alla scuola, come fanno tutti i ragazzi perbene.
  -- Buon pro ti faccia!
  -- Pinocchio! -- disse allora Lucignolo. -- Dai retta a me: vieni via con noi e staremo allegri.
  -- No, no, no!
  -- Vieni via con noi e staremo allegri, -- gridarono altre quattro voci di dentro al carro.
  -- Vieni via con noi e staremo allegri, -- urlarono tutte insieme un centinaio di voci di dentro al carro.
  -- E se vengo con voi, che cosa dirÓ la mia buona Fata? -- disse il burattino che cominciava a intenerirsi e a ciurlar nel manico.
  -- Non ti fasciare il capo con tante melanconie. Pensa che andiamo in un paese dove saremo padroni di fare il chiasso dalla mattina alla sera.
  Pinocchio non rispose, ma fece un sospiro; poi fece un altro sospiro; poi un terzo sospiro; finalmente disse:
  -- Fatemi un po' di posto: voglio venire anch'io.
  -- I posti son tutti pieni, -- replic˛ l'omino, -- ma per mostrarti quanto sei gradito, posso cederti il mio posto a cassetta.
  -- E voi?
  -- E io far˛ la strada a piedi.
  -- No davvero, chÚ non lo permetto. Preferisco piuttosto di salire in groppa a qualcuno di questi ciuchini, -- grid˛ Pinocchio.
  Detto fatto, si avvicin˛ al ciuchino manritto della prima pariglia e fece l'atto di volerlo cavalcare: ma la bestiola, voltandosi a secco, gli dette una gran musata nello stomaco e lo gett˛ a gambe all'aria.
  Figuratevi la risatona impertinente e sgangherata di tutti quei ragazzi presenti alla scena.
  Ma l'omino non rise. Si accost˛ pieno di amorevolezza al ciuchino ribelle, e, facendo finta di dargli un bacio, gli stacc˛ con un morso la metÓ dell'orecchio destro.
  Intanto Pinocchio, rizzatosi da terra tutto infuriato, schizz˛ con un salto sulla groppa di quel povero animale. E il salto fu cosÝ bello, che i ragazzi, smesso di ridere, cominciarono a urlare: ź viva Pinocchio! ╗ e a fare una smanacciata di applausi, che non finivano pi˙.
  Quand'ecco che all'improvviso il ciuchino alz˛ tutt'e due le gambe di dietro, e dando una fortissima sgropponata, scaravent˛ il povero burattino in mezzo alla strada sopra un monte di ghiaia.
  Allora grandi risate daccapo: ma l'omino, invece di ridere, si sentÝ preso da tanto amore per quell'irrequieto asinello, che, con un bacio, gli port˛ via di netto la metÓ di quell'altro orecchio. Poi disse al burattino:
  -- Rimonta pure a cavallo e non aver paura. Quel ciuchino aveva qualche grillo per il capo: ma io gli ho detto due paroline negli orecchi e spero di averlo reso mansueto e ragionevole.
  Pinocchio mont˛: e il carro cominci˛ a muoversi: ma nel tempo che i ciuchini galoppavano e che il carro correva sui ciotoli della via maestra, gli parve al burattino di sentire una voce sommessa e appena intelligibile, che gli disse:
  -- Povero gonzo, hai voluto fare a modo tuo, ma te ne pentirai.
  Pinocchio, quasi impaurito, guard˛ di qua e di lÓ, per conoscere da qual parte venissero queste parole, ma non vide nessuno: i ciuchini galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro al carro dormivano, Lucignolo russava come un ghiro e l'omino seduto a cassetta, canterellava fra i denti.

Tutti la notte dormono,
e io non dormo mai...

  Fatto un altro mezzo chilometro, Pinocchio sentÝ la solita vocina fioca che gli disse:
  -- Tienlo a mente, grullerello! I ragazzi che smettono di studiare e voltano le spalle ai libri, alle scuole e ai maestri, per darsi interamente ai balocchi e ai divertimenti, non possono far altro che una fine disgraziata... Io lo so per prova,... e te lo posso dire. VerrÓ un giorno che piangerai anche tu, come oggi piango io,... ma allora sarÓ tardi.
  A queste parole bisbigliate sommessamente, il burattino, spaventato pi˙ che mai, salt˛ gi˙ dalla groppa della cavalcatura e and˛ a prendere il suo ciuchino per il muso.
  E immaginatevi come rest˛, quando s'accorse che il suo ciuchino piangeva,... e piangeva proprio come un ragazzo!
  -- Ehi, signor Omino, -- grid˛ allora Pinocchio al padrone del carro, -- sapete che cosa c'Ŕ di nuovo? Questo ciuchino piange.
  -- Lascialo piangere: riderÓ quando sarÓ sposo.
  -- Ma che forse gli avete insegnato anche a parlare ?
  -- No: ha imparato da sÚ a borbottare qualche parola, essendo stato tre anni in una compagnia di cani ammaestrati.
  -- Povera bestia!
  -- Via, via, -- disse l'omino, -- non perdiamo il nostro tempo a veder piangere un ciuco. Rimonta a cavallo, e andiamo: la notte Ŕ fresca e la strada Ŕ lunga.
  Pinocchio obbedÝ senza rifiatare. Il carro riprese la sua corsa: e la mattina, sul far dell'alba, arrivarono felicemente nel Paese dei Balocchi.
  Questo paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. La sua popolazione era tutta composta di ragazzi. I pi˙ vecchi avevano quattordici anni: i pi˙ giovani ne avevano otto appena. Nelle strade, un'allegria, un chiasso, uno strillio da levar di cervello! Branchi di monelli dappertutto. Chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi alla palla, chi andava in velocipede, chi sopra a un cavallino di legno; questi facevano a mosca-cieca, quegli altri si rincorrevano; altri, vestiti da pagliacci, mangiavano la stoppa accesa: chi recitava, chi cantava, chi faceva i salti mortali, chi si divertiva a camminare colle mani in terra e colle gambe in aria; chi mandava il cerchio, chi passeggiava vestito da generale coll'elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta; chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l'ovo; insomma un tal pandemonio, un tal passeraio, un tal baccano indiavolato, da doversi mettere il cotone negli orecchi per non rimanere assorditi. Su tutte le piazze si vedevano teatrini di tela, affollati di ragazzi dalla mattina alla sera, e su tutti i muri delle case si leggevano scritte col carbone delle bellissime cose come queste: ź viva i balocci! ╗ (invece di ź balocchi ╗), ź non vogliamo pi˙ schole ╗ (invece di ź non vogliamo pi˙ scuole ╗), ź abbasso Larin Metica ╗ (invece di ź l'aritmetica ╗) e altri fiori consimili.
  Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi, che avevano fatto il viaggio coll'omino, appena ebbero messo il piede dentro la cittÓ, si ficcarono subito in mezzo alla gran baraonda, e in pochi minuti, come Ŕ facile immaginarselo, diventarono gli amici di tutti. Chi pi˙ felice, chi pi˙ contento di loro?
  In mezzo ai continui spassi e agli svariati divertimenti, le ore, i giorni, le settimane, passavano come tanti baleni.
  -- Oh, che bella vita! -- diceva Pinocchio tutte le volte che per caso s'imbatteva in Lucignolo.
  -- Vedi, dunque, se avevo ragione? -- ripigliava quest'ultimo. -- E dire che tu non volevi partire! E pensare che t'eri messo in capo di tornartene a casa dalla tua Fata, per perdere il tempo a studiare!.... Se oggi ti sei liberato dalla noia dei libri e delle scuole, lo devi a me, ai miei consigli, alle mie premure, ne convieni? Non vi sono che i veri amici che sappiano rendere di questi grandi favori.
  -- ╚ vero, Lucignolo. Se oggi io sono un ragazzo veramente contento, Ŕ tutto merito tuo. E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva, parlando di te? Mi diceva sempre: źNon praticare quella birba di Lucignolo perchÚ Lucignolo Ŕ un cattivo compagno e non pu˛ consigliarti altro che a far del male╗.
  -- Povero maestro! -- replic˛ l'altro tentennando il capo. -- Lo so purtroppo che mi aveva a noia e che si divertiva sempre a calunniarmi; ma io sono generoso e gli perdono!
  -- Anima grande! -- disse Pinocchio, abbracciando affettuosamente l'amico e dandogli un bacio in mezzo agli occhi.
  Intanto era giÓ da cinque mesi che durava questa bella cuccagna di baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia nÚ un libro, nÚ una scuola, quando una mattina Pinocchio, svegliandosi, ebbe, come si suol dire, una gran brutta sorpresa che lo messe proprio di malumore.



XXXII.

A PINOCCHIO GLI VENGONO GLI ORECCHI DI CIUCO E POI DIVENTA UN CIUCHINO VERO E COMINCIA A RAGLIARE.

  E questa sorpresa quale fu?
  Ve lo dir˛ io, miei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu che Pinocchio, svegliandosi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi il capo; e nel grattarsi il capo si accorse...
  Indovinate un po' di che cosa si accorse?
  Si accorse con sua grandissima maraviglia che gli orecchi gli erano cresciuti pi˙ d'un palmo.
  Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi piccini piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano neppure. Immaginatevi dunque come rest˛, quando si potÚ scorgere che i suoi orecchi, durante la notte, erano cosÝ allungati, che parevano due spazzole di padule.
  And˛ subito in cerca di uno specchio, per potersi vedere: ma non trovando uno specchio, empÝ d'acqua la catinella del lavamano, e specchiandovisi dentro, vide quel che non avrebbe mai voluto vedere: vide, cioŔ, la sua immagine abbellita di un magnifico paio di orecchi asinini.
  Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna e la disperazione del povero Pinocchio.
  Cominci˛ a piangere, a strillare, a battere la testa nel muro; ma quanto pi˙ si disperava, e pi˙ i suoi orecchi crescevano, crescevano e diventavano pelosi verso la cima. Al rumore di quelle grida acutissime, entr˛ nella stanza una bella Marmottina, che abitava il piano di sopra: la quale, vedendo il burattino in cosÝ grandi smanie, gli domand˛ premurosamente:
  -- Che cos'hai, mio caro casigliano?
  -- Sono malato, Marmottina mia, molto malato,... e malato d'una malattia che mi fa paura. Te ne intendi tu del polso?
  -- Un pochino.
  -- Senti dunque se per caso avessi la febbre.
  La Marmottina alz˛ la zampa destra davanti: e dopo aver tastato il polso di Pinocchio gli disse sospirando:
  -- Amico mio, mi dispiace doverti dare una cattiva notizia.
  -- CioŔ?
  -- Tu hai una gran brutta febbre.
  -- E che febbre sarebbe?
  -- ╚ la febbre del somaro.
  -- Non la capisco questa febbre, -- rispose il burattino che l'aveva pur troppo capita.
  -- Allora te la spiegher˛ io, -- soggiunse la Marmottina. -- Sappi dunque che fra due o tre ore tu non sarai pi˙ burattino, nÚ un ragazzo...
  -- E che cosa sar˛?
  -- Fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino vero e proprio, come quelli che tirano il carretto e che portano i cavoli e l'insalata al mercato.
  -- Oh, povero me, povero me! -- grid˛ Pinocchio pigliandosi con le mani tutt'e due gli orecchi, e tirandoli e strapazzandoli rabbiosamente, come se fossero gli orecchi di un altro.
  -- Caro mio, -- replic˛ la Marmottina per consolarlo, -- che cosa ci vuoi tu fare? Oramai Ŕ destino. Oramai Ŕ scritto nei decreti della sapienza, che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giochi e in divertimenti, debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari.
  -- Ma davvero Ŕ proprio cosÝ? -- domand˛ singhiozzando il burattino.
  -- Pur troppo Ŕ cosÝ. E ora i pianti sono inutili. Bisognava pensarci prima!
  -- Ma la colpa non Ŕ mia: la colpa, credilo, Marmottina, Ŕ tutta di Lucignolo.
  -- E chi Ŕ questo Lucignolo?
  -- Un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa: io volevo essere ubbidiente: io volevo seguitare a studiare e a farmi onore,... ma Lucignolo mi disse: ź PerchÚ vuoi annoiarti a studiare? PerchÚ vuoi andare alla scuola? Vieni piuttosto con me, nel Paese dei Balocchi: lÝ non studieremo pi˙: lÝ ci divertiremo dalla mattina alla sera e staremo sempre allegri ╗.
  -- E perchÚ seguisti il consiglio di quel falso amico? di quel cattivo compagno?
  -- PerchÚ?... perchÚ, Marmottina mia, io sono un burattino senza giudizio... e senza cuore. Oh, se avessi avuto un zinzino di cuore, non avrei mai abbandonato quella buona Fata che mi voleva bene come una mamma e che aveva fatto tanto per me!... e a quest'ora non sarei pi˙ un burattino, ma sarei invece un ragazzino a modo, come ce n'Ŕ tanti. Ma se incontro Lucignolo, guai a lui! Gliene voglio dire un sacco e una sporta.
  E fece l'atto di volere uscire. Ma quando fu sulla porta, si ricord˛ che aveva gli orecchi d'asino, e vergognandosi di mostrarli al pubblico, che cosa invent˛? Prese un gran berretto di cotone, e, ficcatoselo in testa, se lo ingozz˛ fin sotto la punta del naso.
  Poi uscÝ e si dette a cercar Lucignolo da per tutto. Lo cerc˛ nelle strade, nelle piazze, nei teatrini, in ogni luogo; ma non lo trov˛. Ne chiese notizia a quanti incontr˛ per la via, ma nessuno l'aveva veduto.
  Allora and˛ a cercarlo a casa: e arrivato alla porta buss˛.
  -- Chi Ŕ? -- domand˛ Lucignolo di dentro.
  -- Sono io, -- rispose il burattino.
  -- Aspetta un poco, e ti aprir˛.
  Dopo mezz'ora la porta si aprÝ: e figuratevi come rest˛ Pinocchio quando, entrando nella stanza, vide il suo amico Lucignolo con un gran berretto di cotone in testa, che gli scendeva fin sotto il naso.
  Alla vista di quel berretto, Pinocchio sentÝ quasi consolarsi e pens˛ subito dentro di sÚ:
  ź Che l'amico sia malato della mia medesima malattia? Che abbia anche lui la febbre del ciuchino? ź╗
  E facendo finta di non essersi accorto di nulla, gli domand˛ sorridendo:
  -- Come stai, mio caro Lucignolo?
  -- Benissimo: come un topo in una forma di cacio parmigiano.
  -- Lo dici proprio sul serio?
  -- E perchÚ dovrei dirti una bugia?
  -- Scusami, amico: e allora perchÚ tieni in capo codesto berretto di cotone che ti cuopre tutti gli orecchi?
  -- Me l'ha ordinato il medico, perchÚ mi sono fatto male a questo ginocchio. E tu, caro burattino, perchÚ porti codesto berretto di cotone ingozzato fin sotto il naso?
  -- Me l'ha ordinato il medico, perche mi sono sbucciato un piede.
  -- Oh, povero Pinocchio!
  -- Oh, povero Lucignolo!
  A queste parole tenne dietro un lunghissimo silenzio, durante il quale i due amici non fecero altro che guardarsi fra loro in atto di canzonatura.
  Finalmente il burattino, con una vocina melliflua e flautata, disse al suo compagno:
  -- Levami una curiositÓ, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di malattia agli orecchi?
  -- Mai!... E tu?
  -- Mai! Per altro da questa mattina in poi ho un orecchio, che mi fa spasimare.
  -- Ho lo stesso male anch'io.
  -- Anche tu?... E qual Ŕ l'orecchio che ti duole?
  -- Tutt'e due. E tu?
  -- Tutt'e due. Che sia la medesima malattia?
  -- Ho paura di sÝ?
  -- Vuoi farmi un piacere, Lucignolo?
  -- Volentieri! Con tutto il cuore.
  -- Mi fai vedere i tuoi orecchi?
  -- PerchÚ no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio.
  -- No: il primo devi essere tu.
  -- No, carino! Prima tu e dopo io.
  -- Ebbene, -- disse allora il burattino, -- facciamo un patto da buoni amici.
  -- Sentiamo il patto.
  -- Leviamoci tutt'e due il berretto nello stesso tempo: accetti?
  -- Accetto.
  -- Dunque, attenti! -- E Pinocchio cominci˛ a contare a voce alta: -- Uno! due! tre!
  Alla parola tre i due ragazzi presero i loro berretti di capo e li gettarono in aria.
  E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. Avvenne, cioŔ, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutt'e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col dare in una bella risata.
  E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che, sul pi˙ bello del ridere, Lucignolo tutt'a un tratto si chet˛, e barcollando e cambiando colore, disse all'amico:
  -- Aiuto, aiuto, Pinocchio!
  -- Che cos'hai?
  -- OhimŔ. Non mi riesce pi˙ di star ritto sulle gambe.
  -- Non mi riesce pi˙ neanche a me, -- grid˛ Pinocchio, piangendo e traballando.
  E mentre dicevano cosÝ, si piegarono tutt'e due carponi a terra e, camminando con le mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi e le loro schiene si coprirono di un pelame grigiolino chiaro, brizzolato di nero.
  Ma il momento pi˙ brutto per quŔ due sciagurati sapete quando fu? Il momento pi˙ brutto e pi˙ umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino.
  Non l'avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutti e due coro:
  -- Ihah, ihah, ihah.
  In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori disse:
  -- Aprite! Sono l'Omino, sono il conduttore del carro che vi port˛ in questo paese. Aprite subito, o guai a voi!



XXXIII.

DIVENTATO UN CIUCHINO VERO, ╚ PORTATO A VENDERE E LO COMPRA IL DIRETTORE DI UNA COMPAGNIA DI PAGLIACCI PER INSEGNARGLI A BALLARE E A SALTARE I CERCHI; MA UNA SERA AZZOPPISCE, E ALLORA LO RICOMPRA UN ALTRO PER FAR CON LA SUA PELLE UN TAMBURO.

  Vedendo che la porta non si apriva, l'Omino la spalanc˛ con un violentissimo calcio: ed entrato che fu nella stanza, disse col suo solito risolino a Pinocchio e a Lucignolo:
  -- Bravi, ragazzi! Avete ragliato bene, e io vi ho subito riconosciuti alla voce. E per questo eccomi qui.
  A tali parole, i due ciuchini rimasero mogi mogi, colla testa gi˙, con gli orecchi bassi e con la coda fra le gambe.
  Da principio l'Omino li lisci˛, li accarezz˛, li palpeggi˛; poi, tirata fuori la striglia, cominci˛ a strigliarli perbene.
  E quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti lustri come due specchi, allora messe loro la cavezza e li condusse sulla piazza del mercato, con la speranza di venderli e di beccarsi un discreto guadagno.
  E i compratori, difatti, non si fecero aspettare.
  Lucignolo fu comprato da un contadino, a cui era morto il somaro il giorno avanti, e Pinocchio fu venduto al direttore di una compagnia di pagliacci e di saltatori di corda, il quale lo compr˛ per ammaestrarlo e per farlo poi saltare e ballare insieme con le altre bestie della compagnia.
  E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere che faceva l'Omino? Questo brutto mostriciattolo, che aveva una fisionomia tutta latte e miele, andava di tanto in tanto con un carro a girare per il mondo: strada facendo raccoglieva con promesse e con moine tutti i ragazzi svogliati, che avevano a noia i libri e le scuole: e dopo averli caricati sul suo carro, li conduceva nel Paese dei Balocchi, perchÚ passassero tutto il loro tempo in giochi, in chiassate e in divertimenti. Quando poi quei poveri ragazzi illusi, a furia di baloccarsi sempre e di non studiare mai, diventavano tanti ciuchini, allora tutto allegro e contento s'impadroniva di loro e li portava a vendere sulle fiere e sui mercati. E cosÝ in pochi anni aveva fatto fior di quattrini ed era diventato milionario.
  Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so: so, per altro, che Pinocchio and˛ incontro fin dai primi giorni a una vita durissima e strapazzata.
  Quando fu condotto nella stalla, il nuovo padrone gli empÝ la greppia di paglia: ma Pinocchio, dopo averne assaggiata una boccata, la risput˛.
  Allora il padrone, brontolando, gli empÝ la greppia di fieno: ma neppure il fieno gli piacque.
  -- Ah, non ti piace neppure il fieno? -- grid˛ il padrone imbizzito. -- Lascia fare, ciuchino bello, che se hai dei capricci per il capo, penser˛ io a levarteli.
  E a titolo di correzione, gli affibbi˛ subito una frustata nelle gambe.
  Pinocchio dal gran dolore, cominci˛ a piangere e a ragliare, e ragliando, disse:
  -- Ihah, ihah, la paglia non la posso digerire.
  -- Allora mangia il fieno, -- replic˛ il padrone che intendeva benissimo il dialetto asinino.
  -- Ihah, ihah, il fieno mi fa dolere il corpo.
  -- Pretenderesti dunque che un somaro par tuo lo dovessi mantenere a petti di pollo e cappone in galantina? -- soggiunse il padrone arrabbiandosi sempre pi˙ e affibbiandogli una seconda frustata.
  A quella seconda frustata Pinocchio, per prudenza, si chet˛ subito e non disse altro.
  Intanto la stalla fu chiusa e Pinocchio rimase solo: e perchÚ erano molte ore che non aveva mangiato cominci˛ a sbadigliare dal grande appetito. E, sbadigliando, spalancava una bocca che pareva un forno.
  Alla fine, non trovando altro nella greppia, si rassegn˛ a masticare un po' di fieno: e dopo averlo masticato ben bene, chiuse gli occhi e lo tir˛ gi˙.
  ź Questo fieno non Ŕ cattivo, -- poi disse dentro di sÚ, -- ma quanto sarebbe stato meglio che avessi continuato a studiare!... A quest'ora, invece di fieno, potrei mangiare un cantuccio di pan fresco e una bella fetta di salame. Pazienza!... ╗
  La mattina dopo, svegliandosi, cerc˛ subito nella greppia un altro po' di fieno; ma non lo trov˛ perchÚ l'aveva mangiato tutto nella notte.
  Allora prese una boccata di paglia tritata: ma in quel mentre che la masticava si dovŔ accorgere che il sapore della paglia tritata non somigliava punto nÚ al risotto alla milanese nÚ ai maccheroni alla napoletana.
  -- Pazienza! -- ripetŔ, continuando a masticare. -- Che almeno la mia disgrazia possa servire di lezione a tutti i ragazzi disobbedienti e che non hanno voglia di studiare. Pazienza!... pazienza!...
  -- Pazienza un corno! -- url˛ il padrone, entrando in quel momento nella stalla. -- Credi forse, mio bel ciuchino, ch'io ti abbia comprato unicamente per darti da bere e da mangiare? Io ti ho comprato perchÚ tu lavori e perchÚ tu mi faccia guadagnare molti quattrini. Su, dunque, da bravo! Vieni con me nel Circo, e lÓ ti insegnerÓ a saltare i cerchi, a rompere col capo le botti di foglio e a ballarÚ il valzer e la polca, stando ritto sulle gambe di dietro.
  Il povero Pinocchio, per amore o per forza, dovŔ imparare tutte queste bellissime cose; ma, per impararle, gli ci vollero tre mesi di lezioni, e molte frustate da levare il pelo.
  Venne finalmente il giorno, in cui il suo padrone potÚ annunziare uno spettacolo veramente straordinario. I cartelloni di vario colore, attaccati alle cantonate delle strade, dicevano cosi:


GRANDE SPETTACOLO DI GALA
 
 
Per questa sera
AVRANNO LUOGO I SOLITI SALTI
ED ESERCIZI SORPRENDENTI
eseguiti da tutti gli artisti
e da tutti i cavalli d'ambo i sessi della Compagnia
 
 
e pi¨
 
 
SAR└ PRESENTATO PER LA PRIMA VOLTA
il famoso
CIUCHINO PINOCCHIO
detto
LA STELLA DELLA DANZA
--------------------------------------------------------------
Il teatro sar˛ illuminato a giorno.


  Quella sera, come potete figurarvelo, un'ora prima che cominciasse lo spettacolo, il teatro era pieno stipato.
  Non si trovava pi˙ nÚ un posto distinto, nÚ un palco, nemmeno a pagarlo a peso d'oro.
  Le gradinate del Circo formicolavano di bambini, di bambine e di ragazzi di tutte le etÓ, che avevano la febbre addosso per la smania di veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio.
  Finita la prima parte dello spettacolo, il direttore della compagnia, vestito in giubba nera, calzoni bianchi a coscia e stivaloni di pelle fin sopra ai ginocchi, si present˛ all'affollatissimo pubblico, e, fatto un grande inchino, recit˛ con molta solennitÓ il seguente spropositato discorso:
  -- Rispettabile pubblico, cavalieri e dame!
  ź L'umile sottoscritto essendo di passaggio per questa illustre metropolitana, ho voluto procrearmi l'onore nonchÚ il piacere di presentare a questo intelligente e cospicuo uditorio un celebre ciuchino, che ebbe giÓ l'onore di ballare al cospetto di Sua MaestÓ l'Imperatore di tutte le Corti principali d'Europa.
  ź E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza e compatiteci! ╗
  Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi: ma gli applausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano alla comparsa del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era tutto agghindato a festa. Aveva una briglia nuova di pelle lustra, con fibbie e borchie d'ottone; due camelie bianche agli orecchi; la criniera divisa in tanti riccioli legati con fiocchettini d'argento attraverso alla vita, e la coda tutta intrecciata con nastri di velluto amaranto e celeste. Era insomma un ciuchino da innamorare.
  Il direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste parole:
  -- Miei rispettabili auditori! Non star˛ qui a farvi menzogne delle grandi difficoltÓ da me soppressate per comprendere e soggiogare questo mammifero, mentre pascolava liberamente di montagna in montagna nelle pianure della zona torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina trasudi dÓ suoi occhi, conciossiachÚ essendo riusciti vanitosi tutti i mezzi per addomesticarlo al vivere dei quadrupedi civili, ho dovuto pi˙ volte ricorrere all'affabile dialetto della frusta. Ma ogni mia gentilezza invece di farmi da lui benvolere, me ne ha maggiormente cattivato l'animo. Io per˛, seguendo il sistema di Galles, trovai nel suo cranio una piccola cartagine ossea che la stessa FacoltÓ Medicea di Parigi riconobbe essere quello il bulbo rigeneratore dei capelli e della danza pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel ballo nonchÚ nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate di foglio. Ammiratelo! e poi giudicatelo! Prima per˛ di prendere cognato da voi, permettete, o signori, che io v'inviti al diurno spettacolo di domani sera: ma nell'apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua, allora lo spettacolo invece di domani sera, sarÓ posticipato a domattina, alle ore undici antimeridiane del pomeriggio.
  E qui il direttore fece un'altra profondissima riverenza: quindi rivolgendosi a Pinocchio, gli disse:
  -- Animo, Pinocchio! Avanti di dar principio ai vostri esercizi, salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e ragazzi!
  Pinocchio, ubbidiente, pieg˛ subito i due ginocchi davanti, fino a terra, e rimase inginocchiato fino a tanto che il direttore, schioccando la frusta, non gli grid˛:
  -- Al passo!
  Allora il ciuchino si rizz˛ sulle quattro gambe, e cominci˛ a girare intorno al Circo, camminando sempre di passo.
  Dopo un poco il direttore grido:
  -- Al trotto! -- e Pinocchio, ubbidiente al comando, cambi˛ il passo in trotto.
  -- Al galoppo! -- e Pinocchio stacc˛ il galoppo.
  -- Alla carriera! -- e Pinocchio si dette a correre di gran carriera.
  Ma in quella che correva come un barbero, il direttore, alzando il braccio in aria, scaric˛ un colpo di pistola.
  A quel colpo il ciuchino, fingendosi ferito, cadde disteso nel Circo, come se fosse moribondo davvero.
  Rizzatosi da terra, in mezzo a uno scoppio di applausi, d'urli e di battimani, che andavano alle stelle, gli venne naturalmente di alzare la testa e di guardare in su,... e guardando vide in un palco una bella signora, che aveva al collo una grossa collana d'oro, dalla quale pendeva un medaglione. Nel medaglione c'era dipinto il ritratto d'un burattino.
  ź Quel ritratto Ŕ il mio!... quella signora Ŕ la Fata! ╗ disse dentro di sÚ Pinocchio, riconoscendola subito; e lasciandosi vincere dalla gran contentezza, si prov˛ a gridare:
  -- O Fatina mia, o Fatina mia!
  Ma invece di queste parole, gli uscÝ dalla gola un raglio cosi sonoro e prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori, e segnatamente tutti i ragazzi che erano in teatro.
  Allora il direttore, per insegnargli e per fargli intendere che non Ŕ buona creanza mettersi a ragliare in faccia al pubblico, gli diŔ col manico della frusta una bacchettata sul naso.
  Il povero ciuchino, tirato fuori un palmo di lingua, dur˛ a leccarsi il naso almeno cinque minuti, credendo forse cosÝ di rasciugarsi il dolore che aveva sentito.
  Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!...
  Si sentÝ come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominci˛ a piangere dirottamente. Nessuno per˛ se ne accorse e, meno degli altri, il direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, grid˛:
  -- Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a questi signori con quanta grazia sapete saltare i cerchi.
  Pinocchio si prov˛ due o tre volte: ma ogni volta che arrivava davanti al cerchio, invece di attraversarlo, ci passava pi˙ comodamente di sotto. Alla fine spicc˛ un salto e l'attravers˛: ma le gambe di dietro gli rimasero disgraziatamente impigliate nel cerchio: motivo per cui ricadde in terra dall'altra parte tutto in un fascio.
  Quando si rizz˛, era azzoppito, e a malapena potÚ ritornare alla scuderia.
  -- Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! -- gridavano i ragazzi dalla platea, impietositi e commossi al tristissimo caso.
  Ma il ciuchino per quella sera non si fece rivedere.
  La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle bestie, quando l'ebbe visitato, dichiar˛ che sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita.
  Allora il direttore disse al suo garzone di stalla:
  -- Che vuoi tu che mi faccia d'un somaro zoppo? Sarebbe un mangiapane a ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo.
  Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore, il quale domand˛ al garzone di stalla:
  -- Quanto vuoi di cotesto ciuchino zoppo?
  -- Venti lire.
  -- Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per servirmene: lo compro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura, e con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale del mio paese.
  Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere che fu per il povero Pinocchio, quando sentÝ che era destinato a diventare un tamburo.
  Fatto sta che il compratore, appena pagati i venti soldi, condusse il ciuchino sopra uno scoglio ch'era sulla riva del mare; e messogli un sasso al collo e legatolo per una zampa con una fune che teneva in mano, gli diŔ improvvisamente uno spintone e lo gett˛ nell'acqua.
  Pinocchio, con quel macigno al collo, and˛ subito a fondo; e il compratore, tenendo sempre stretta in mano la fune, si pose a sedere sullo scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto il tempo di morire affogato, per poi levargli la pelle.



XXXIV.

PINOCCHIO, GETTATO IN MARE, ╚ MANGIATO DAI PESCI E RITORNA AD ESSERE UN BURATTINO COME PRIMA; MA MENTRE NUOTA PER SALVARSI, ╚ INGOIATO DAL TERRIBILE PESCECANE.

  Dopo cinquanta minuti che il ciuchino era sott'acqua, il compratore disse, discorrendo da sÚ solo:
  -- A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere bell'affogato. Ritiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle questo bel tamburo.
  E cominci˛ a tirare la fune, con la quale lo aveva legato per una gamba: e tira, tira, tira, alla fine vide apparire a fior d'acqua... indovinate? Invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d'acqua un burattino vivo che scodinzolava come un'anguilla.
  Vedendo quel burattino di legno, il pover'uomo credÚ di sognare e rimase lÝ intontito, a bocca aperta e con gli occhi fuori della testa.
  Riavutosi un poco dal suo primo stupore, disse piangendo e balbettando:
  -- E il ciuchino che ho gettato in mare dov'Ŕ?
  -- Quel ciuchino son io, -- rispose il burattino ridendo.
  -- Tu?
  -- Io.
  -- Ah, mariuolo! Pretenderesti forse burlarti di me?
  -- Burlarmi di voi? Tutt'altro, caro padrone: io vi parlo sul serio.
  -- Ma come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora, stando nell'acqua sei diventato un burattino di legno?
  -- SarÓ effetto dell'acqua del mare. Il mare ne fa di questi scherzi.
  -- Bada, burattino, bada!... Non credere di divertirti alle mie spalle. Guai a te, se mi scappa la pazienza.
  -- Ebbene, padrone: volete sapere tutta la vera storia? Scioglietemi questa gamba e io ve la racconter˛.
  Quel buon pasticcione del compratore, curioso di conoscere la vera storia, gli sciolse subito il nodo della fune, che lo teneva legato: e allora Pinocchio, trovandosi libero come un uccello nell'aria prese a dirgli cosÝ:
  -- Sappiate dunque che io ero un burattino di legno come sono oggi: ma mi trovavo a tocco e non tocco di diventare un ragazzo, come in questo mondo ce n'Ŕ tanti: se non che per la mia poca voglia di studiare e per dar retta ai cattivi compagni, scappai di casa... e un bel giorno, svegliandomi, mi trovai cambiato in un somaro con tanto di orecchi... e con tanto di coda. Che vergogna fu quella per me!... Una vergogna, caro padrone, che Sant'Antonio benedetto non la faccia provare neppure a voi! Portato a vendere sul mercato degli asini, fui comprato dal Direttore di una compagnia equestre, il quale si messe in capo di far di me un gran ballerino e un gran saltatore di cerchi; ma una sera durante lo spettacolo, feci in teatro una brutta cascata, e rimasi zoppo da tutt'e due le gambe. Allora il direttore non sapendo che cosa farsi d'un asino zoppo, mi mand˛ a rivendere, e voi mi avete comprato.
  -- Pur troppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora chi mi rende i miei poveri venti soldi?
  -- E perchÚ mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare con la mia pelle un tamburo!... un tamburo!...
  -- Pur troppo! E ora dove trover˛ un'altra pelle?...
  -- Non vi date alla disperazione, padrone. Dei ciuchini ce n'Ŕ tanti, in questo mondo!
  -- Dimmi, monello impertinente: e la tua storia finisce qui?
  -- No, -- rispose il burattino, -- ci sono altre due parole, e poi Ŕ finita. Dopo avermi comprato, mi avete condotto in questo luogo per uccidermi; ma poi, cedendo a un sentimento pietoso d'umanitÓ, avete preferito di legarmi un sasso al collo e di gettarmi in fondo al mare. Questo sentimento di delicatezza vi onora moltissimo, e io ve ne serber˛ eterna riconoscenza. Per altro, caro padrone, questa volta avete fatto i vostri conti senza la Fata.
  -- E chi Ŕ questa Fata?
  -- E la mia mamma, la quale somiglia a tutte quelle buone mamme, che vogliono un gran bene ai loro ragazzi e non li perdono mai d'occhio, e li assistono amorosamente in ogni disgrazia, anche quando questi ragazzi, per le loro scapataggini e per i loro cattivi portamenti, meriterebbero di essere abbandonati e lasciati in balia a se stessi. Dicevo, dunque, che la buona Fata, appena mi vide in pericolo di affogare, mand˛ subito intorno a me un branco infinito di pesci, i quali credendomi davvero un ciuchino bell'e morto, cominciarono a mangiarmi. E che bocconi che facevano! Non avrei mai creduto che i pesci fossero pi˙ ghiotti anche dei ragazzi! Chi mi mangi˛ gli orecchi, chi mi mangi˛ il muso, chi il collo e la criniera, chi la pelle delle zampe, chi la pelliccia della schiena;... e fra gli altri, vi fu un pesciolino cosi garbato, che si degn˛ perfino di mangiarmi la coda.
  -- Da oggi in poi, -- disse il compratore inorridito, -- faccio giuro di non assaggiar pi˙ carne di pesce. Mi dispiacerebbe troppo di aprire una triglia o un nasello fritto e di trovargli in corpo una coda di ciuco.
  -- Io la penso come voi, -- replic˛ il burattino, ridendo. -- Del resto, dovete sapere che quando i pesci ebbero finito di mangiarmi tutta quella buccia asinina, che mi copriva dalla testa ai piedi, arrivarono,- com'Ŕ naturale, all'osso... o per dir meglio, arrivarono al legno, perchÚ, come vedete, io son fatto di legno durissimo. Ma dopo dati i primi morsi, quei pesci ghiottoni si accorsero subito che il legno non era ciccia per i loro denti, e nauseati da questo cibo indigesto se ne andarono chi in qua chi in lÓ, senza voltarsi nemmeno a dirmi grazie. Ed eccovi raccontato come qualmente voi, tirando su la fune, avete trovato un burattino vivo, invece d'un ciuchino morto.
  -- Io mi rido della tua storia, -- grid˛ il compratore imbestialito. -- Io so che ho speso venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei quattrini. Sai che cosa far˛? Ti porter˛ daccapo al mercato, e ti rivender˛ a peso di legno stagionato per accendere il fuoco nel caminetto.
  -- Rivendetemi pure: io sono contento, -- disse Pinocchio.
  Ma nel dir cosi, fece un bel salto e schizz˛ in mezzo all'acqua. E nuotando allegramente e allontanandosi dalla spiaggia, gridava al povero compratore:
  -- Addio, padrone; se avete bisogno di una pelle per fare un tamburo, ricordatevi di me.
  E poi rideva e seguitava a nuotare: e dopo un poco, rivoltandosi indietro, urlava pi˙ forte:
  -- Addio, padrone: se avete bisogno di un po' di legno stagionato, per accendere il caminetto, ricordatevi di me.
  Fatto sta che in un batter d'occhio si era tanto allontanato, che non si vedeva quasi pi˙: ossia, si vedeva solamente sulla superficie del mare un puntolino nero, che di tanto in tanto rizzava le gambe fuori dell'acqua e faceva capriole e salti, come un delfino in vena di buonumore.
  Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco: e su in cima allo scoglio, una bella Caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi.
  La cosa pi˙ singolare era questa: che la lana della Caprettina, invece di esser bianca, o nera, o pallata di due colori, come quella delle altre capre, era invece turchina, ma d'un color turchino sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina.
  Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominci˛ a battere pi˙ forte! Raddoppiando di forza e di energia si diŔ a nuotare verso lo scoglio bianco: ed era giÓ a mezza strada, quando ecco uscir fuori dall'acqua e venirgli incontro una orribile testa di mostro marino, con la bocca spalancata, come una voragine, e tre filari di zanne che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte.
  E sapete chi era quel mostro marino?
  Quel mostro marino era nÚ pi˙ nÚ meno quel gigantesco Pescecane, ricordato pi˙ volte in questa storia, e che per le sue stragi e per la sua insaziabile voracitÓ, veniva soprannominato "l'Attila dei pesci e dei pescatori".
  Immaginatevi lo spavento del povero Pinocchio alla vista del mostro. Cerco di scansarlo, di cambiare strada: cerc˛ di fuggire: ma quella immensa bocca spalancata gli veniva sempre incontro con la velocitÓ di una saetta.
  -- Affrettati, Pinocchio, per caritÓ! -- gridava belando la bella Caprettina.
  E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con le gambe e coi piedi.
  -- Corri, Pinocchio, perchÚ il mostro si avvicina!
  E Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze, raddoppiava di lena nella corsa.
  -- Bada, Pinocchio!... il mostro ti raggiunge!... Eccolo!... eccolo!... Affrettati per caritÓ, o sei perduto!
  E Pinocchio a nuotar pi˙ lesto che mai, e via, e via, e via, come andrebbe una palla di fucile. E giÓ era presso lo scoglio, e giÓ la Caprettina, spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva le sue zampine davanti per aiutarlo a uscire dall'acqua...
  Ma oramai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto: il mostro, tirando il fiato a sÚ, si bevve il povero burattino, come avrebbe bevuto un uovo di gallina: e lo inghiottÝ con tanta violenza e con tanta aviditÓ, che Pinocchio, cascando gi˙ in corpo al Pescecane, battŔ un colpo cosi screanzato, da restarne sbalordito per un quarto d'ora.
  Quando ritorn˛ in sÚ da quello sbigottimento, non sapeva raccapezzarsi, nemmeno lui, in che mondo si fosse. Intorno a sÚ c'era da ogni parte un gran buio: ma un buio cosÝ nero e profondo, che gli pareva di essere entrato col capo in un calamaio pieno d'inchiostro. Stette in ascolto e non senti nessun rumore: solamente di tanto in tanto sentiva battersi nel viso alcune grandi buffate di vento. Da principio non sapeva intendere da dove quel vento uscisse: ma poi capÝ che usciva dai polmoni del mostro. PerchÚ bisogna sapere che il Pescecane soffriva moltissimo d'asma, e quando respirava, pareva proprio che tirasse la tramontana.
  Pinocchio, sulle prime, s'ingegn˛ di farsi un poco di coraggio: ma quand'ebbe la prova e la riprova di trovarsi chiuso in corpo al mostro marino allora cominci˛ a piangere e a strillare: e piangendo diceva:
  -- Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c'Ŕ nessuno che venga a salvarmi?
  -- Chi vuoi che ti salvi, disgraziato? -- disse in quel buio una vociaccia fessa di chitarra scordata.
  -- Chi Ŕ che parla cosi? -- domand˛ Pinocchio, sentendosi gelare dallo spavento.
  -- Sono io: sono un povero Tonno, inghiottito dal Pescecane insieme con te. E tu che pesce sei?
  -- Io non ho che vedere nulla coi pesci. Io sono un burattino.
  -- E allora, se non sei un pesce, perchÚ ti sei fatto inghiottire dal mostro?
  -- Non son io, che mi son fatto inghiottire: gli Ŕ lui che mi ha inghiottito! Ed ora che cosa dobbiamo fare qui al buio?
  -- Rassegnarsi e aspettare che il Pescecane ci abbia digeriti tutti e due.
  -- Ma io non voglio esser digerito! -- url˛ Pinocchio, ricominciando a piangere.
  -- Neppure io vorrei esser digerito, -- soggiunse il Tonno, -- ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c'Ŕ pi˙ dignitÓ a morir sott'acqua che sott'olio.
  -- Scioccherie! -- grid˛ Pinocchio.
  -- La mia Ŕ un'opinione, -- replic˛ il Tonno, -- e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate.
  -- Insomma, io voglio andarmene di qui,... io voglio fuggire.
  -- Fuggi, se ti riesce.
  -- ╚ molto grosso questo Pescecane che ci ha inghiottiti? -- domand˛ il burattino.
  -- Figurati che il suo corpo Ŕ pi˙ lungo di un chilometro, senza contare la coda.
  Nel tempo che facevano questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di veder lontan lontano una specie di chiarore.
  -- Che cosa sarÓ mai quel lumicino lontano lontano? -- disse Pinocchio.
  -- SarÓ qualche nostro compagno di sventura, che aspetterÓ come noi il momento di esser digerito.
  -- Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?
  -- Io te l'auguro di cuore, caro burattino.
  -- Addio, Tonno.
  -- Addio, burattino; e buona fortuna.
  -- Dove ci rivedremo?
  -- Chi lo sa?... Ŕ meglio non pensarci neppure!



XXXV.

PINOCCHIO RITROVA IN CORPO AL PESCECANE... CHI RITROVA? LEGGETE QUESTO CAPITOLO E LO SAPRETE.

  Pinocchio, appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel buio, e cominci˛ a camminare a tastoni dentro il corpo del Pescecane, avviandosi un passo dietro l'altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano.
  E nel camminare sentÝ che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d'acqua grassa e sdrucciolona, e quell'acqua sapeva di un odore cosÝ acuto di pesce fritto che gli pareva di essere a mezza quaresima.
  E pi˙ andava avanti, e pi˙ il chiarore si faceva rilucente e distinto: finchÚ, cammina cammina, alla fine arriv˛: e quando fu arrivato... che cosa trov˛? Ve lo do a indovinare in mille: trov˛ una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lÝ biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
  A quella vista il povero Pinocchio ebbe un'allegrezza cosÝ grande e cosÝ inaspettata, che ci manc˛ un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscÝ di cacciar fuori un grido di gioia e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominci˛ a urlare:
  -- Oh, babbino mio! Finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio pi˙, mai pi˙, mai pi˙!
  -- Dunque gli occhi mi dicono il vero? -- replic˛ il vecchietto stropicciandosi gli occhi, -- Dunque tu sÚ proprio il mÝ caro Pinocchio?
  -- SÝ sÝ, sono io, proprio io! E voi mi avete digiÓ perdonato, non Ŕ vero? Oh, babbino mio, come siete buono!... e pensare che io invece... Oh, ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo e quante cose mi son andate per traverso! Figuratevi che il giorno che voi, povero babbino, col vendere la vostra casacca mi compraste l'Abbecedario per andare a scuola, io scappai a vedere i burattini, e il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perchÚ gli cocessi il montone arrosto, che fu quello poi che mi dette cinque monete d'oro, perchÚ le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il Gatto, che mi condussero all'osteria del Gambero Rosso dove mangiarono come lupi, e partito solo di notte incontrai gli assassini che si messero a corrermi dietro, e io via, e loro dietro, e io via e loro sempre dietro, e io via, finchÚ m'impiccarono a un ramo della Quercia grande, dovecchÚ la bella Bambina dai capelli turchini mi mand˛ a prendere con una carrozzina, e i medici, quando m'ebbero visitato, dissero subito: ź Se non Ŕ morto, Ŕ segno che Ŕ sempre vivo ╗, e allora mi scapp˛ detto una bugia, e il naso cominci˛ a crescermi e non mi passava pi˙ dalla porta di camera, motivo per cui andai con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro monete d'oro, che una l'avevo spesa all'osteria, e il pappagallo si messe a ridere, e viceversa di duemila monete non trovai pi˙ nulla, la quale il giudice quando seppe che ero stato derubato, mi fece subito mettere in prigione, per dare una soddisfazione ai ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo d'uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola e il contadino di santa ragione mi messe il collare da cane perchÚ facessi la guardia al pollaio, che riconobbe la mia innocenza e mi lasci˛ andare, e il Serpente, colla coda che gli fumava, cominci˛ a ridere e gli si strapp˛ una vena sul petto e cosi ritornai alla Casa della bella Bambina, che era morta, e il Colombo vedendo che piangevo mi disse: ź Ho visto il t˙ babbo che si fabbricava una barchettina per venirti a cercare ╗, e io gli dissi: ź Oh! se avessi l'ali anch'io ╗, e lui mi disse: ź Vuoi venire dal tuo babbo? ╗, e io gli dissi: ź Magari! ma chi mi ci porta ╗, e lui mi disse: ź Ti ci porto io ╗, e io gli dissi: ź Come? ╗, e lui mi disse: ź Montami sulla groppa ╗, e cosÝ abbiamo volato tutta la notte, e poi la mattina tutti i pescatori che guardavano verso il mare mi dissero: ź C'Ŕ un pover'uomo in una barchetta che sta per affogare ╗, e io da lontano vi riconobbi subito, perchÚ me lo diceva il core, e vi feci cenno di tornare alla spiaggia.
  -- Ti riconobbi anch'io, -- disse Geppetto, -- e sarei volentieri tornato alla spiaggia: ma come fare? Il mare era grosso e un cavallone m'arrovesci˛ la barchetta. Allora un orribile Pescecane che era lÝ vicino, appena m'ebbe visto nell'acqua corse subito verso di me, e tirata fuori la lingua, mi prese pari pari, e m'inghiottÝ come un tortellino di Bologna.
  -- E quant'Ŕ che siete chiuso qui dentro? -- domand˛ Pinocchio.
  -- Da quel giorno in poi, saranno oramai due anni: due anni, Pinocchio mio, che mi son parsi due secoli.
  -- E come avete fatto a campare? E dove avete trovata la candela? E i fiammiferi per accenderla, chi ve li ha dati?
  -- Ora ti racconter˛ tutto. Devi dunque sapere che quella medesima burrasca, che rovesci˛ la mia barchetta, fece anche affondare un bastimento mercantile. I marinai si salvarono tutti, ma il bastimento col˛ a fondo e il solito Pescecane, che quel giorno aveva un appetito eccellente, dopo aver inghiottito me, inghiottÝ anche il bastimento.
  -- Come? Lo inghiottÝ tutto in un boccone? -- domand˛ Pinocchio maravigliato.
  -- Tutto in un boccone: e risput˛ solamente l'albero maestro, perchÚ gli era rimasto fra i denti come una lisca. Per mia gran fortuna, quel bastimento era carico di carne conservata in cassette di stagno, di biscotto, ossia di pane abbrostolito, di bottiglie di vino, d'uva secca, di cacio, di caffŔ, di zucchero, di candele steariche e di scatole di fiammiferi di cera. Con tutta questa grazia di Dio ho potuto campare due anni: ma oggi sono agli ultimi sgoccioli: oggi nella dispensa non c'Ŕ pi˙ nulla, e questa candela, che vedi accesa, Ŕ l'ultima candela che mi sia rimasta.
  -- E dopo?...
  -- E dopo, caro mio, rimarremo tutt'e due al buio.
  -- Allora, babbino mio, -- disse Pinocchio, -- non c'Ŕ tempo da perdere. Bisogna pensar subito a fuggire.
  -- A fuggire? E come?
  -- Scappando dalla bocca del Pescecane e gettandosi a nuoto in mare.
  -- Tu parli bene; ma io, caro Pinocchio, non so notare.
  -- E che importa?... Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle e io, che sono un buon nuotatore, vi porter˛ sano e salvo fino alla spiaggia.
  -- Illusioni, ragazzo mio! -- replic˛ Geppetto, scotendo il capo e sorridendo malinconicamente. -- Ti par egli possibile che un burattino, alto appena un metro, come sei tu, possa aver tanta forza da portarmi a nuoto sulle spalle?
  -- Provatevi, e vedrete! A ogni modo, se sarÓ scritto in cielo che dobbiamo morire, avremo almeno la gran consolazione di morire abbracciati insieme.
  E senza dir altro, Pinocchio prese in mano la candela, e andando avanti per far lume, disse al suo babbo:
  -- Venite dietro a me, e non abbiate paura. E cosÝ camminarono un bel pezzo, e traversarono tutto il corpo e tutto lo stomaco del Pescecane. Ma giunti che furono al punto dove cominciava la gran gola del mostro, pensarono bene di fermarsi per dare un'occhiata e cogliere il momento opportuno alla fuga.
  Ora bisogna sapere che il Pescecane, essendo molto vecchio e soffrendo d'asma e di palpitazione di cuore, era costretto a dormir a bocca aperta: per cui Pinocchio, affacciandosi al principio della gola e guardando in su, potÚ vedere al di fuori di quell'enorme bocca spalancata un bel pezzo di cielo stellato e un bellissimo lume di luna.
  -- Questo Ŕ il vero momento di scappare, -- bisbigli˛ allora voltandosi al suo babbo. -- Il Pescecane dorme come un ghiro: il mare Ŕ tranquillo e ci si vede come di giorno. Venite dunque, babbino, dietro a me e fra poco saremo salvi.
  Detto fatto, salirono su per la gola del mostro marino, e arrivati in quell'immensa bocca cominciarono a camminare in punta di piedi sulla lingua; una lingua cosÝ larga e cosÝ lunga, che pareva il viottolone d'un giardino. E giÓ stavano lÝ lÝ per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel mare, quando, sul pi˙ bello, il Pescecane starnutÝ, e nello starnutire, dette uno scossone cosÝ violento, che Pinocchio e Geppetto si trovarono rimbalzati all'indietro e scaraventati novamente in fondo allo stomaco del mostro.
  Nel grand'urto della caduta la candela si spense, e padre e figliolo rimasero al buio.
  -- E ora?... -- domand˛ Pinocchio facendosi serio.
  -- Ora ragazzo mio, siamo bell'e perduti.
  -- PerchÚ perduti? Datemi la mano, babbino, e badate di non sdrucciolare.
  -- Dove mi conduci?
  -- Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me e non abbiate paura.
  Ci˛ detto, Pinocchio prese il suo babbo per la mano: e camminando sempre in punta di piedi, risalirono insieme su per la gola del mostro: poi traversarono tutta la lingua e scavalcarono i tre filari di denti. Prima per˛ di fare il gran salto, il burattino disse al suo babbo:
  -- Montatemi a cavalluccio sulle spalle e abbracciatemi forte forte. Al resto ci penso io.
  Appena Geppetto si fu accomodato per bene sulle spalle del figliolo, Pinocchio, sicurissimo del fatto suo, si gett˛ nell'acqua e cominci˛ a nuotare. Il mare era tranquillo come un olio: la luna splendeva in tutto il suo chiarore e il Pescecane seguitava a dormire di un sonno cosÝ profondo, che non l'avrebbe svegliato nemmeno una cannonata.



XXXVI.

FINALMENTE PINOCCHIO CESSA D'ESSERE UN BURATTINO E DIVENTA UN RAGAZZO.

  Mentre Pinocchio nuotava alla svelta per raggiungere la spiaggia, si accorse che il suo babbo, il quale gli stava a cavalluccio sulle spalle e aveva le gambe mezze nell'acqua, tremava fitto fitto, come se al pover'uomo gli battesse la febbre terzana.
  Tremava di freddo o di paura? Chi lo sa? Forse un po' dell'uno e un po' dell'altro. Ma Pinocchio, credendo che quel tremito fosse di paura, gli disse per confortarlo:
  -- Coraggio, babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo salvi.
  -- Ma dov'Ŕ questa spiaggia benedetta? -- domand˛ il vecchietto diventando sempre pi˙ inquieto, e appuntando gli occhi, come fanno i sarti quando infilano l'ago. -- Eccomi qui, che guardo da tutte le parti, e non vedo altro che cielo e mare.
  -- Ma io vedo anche la spiaggia, -- disse il burattino. -- Per vostra regola io sono come i gatti: ci vedo meglio di notte che di giorno.
  Il povero Pinocchio faceva finta di essere di buonumore; ma invece... Invece cominciava a scoraggiarsi: le forze gli scemavano, il suo respiro diventava grosso e affannoso: insomma non ne poteva pi˙, la spiaggia era sempre lontana.
  Nuot˛ finchÚ ebbe fiato: poi si volt˛ col capo verso Geppetto, e disse con parole interrotte:
  -- Babbo mio,... aiutatemi,... perchÚ io muoio!
  E il padre e il figliolo erano oramai sul punto di affogare, quando udirono una voce di chitarra scordata che disse:
  -- Chi Ŕ che muore?
  -- Sono io e il mio povero babbo.
  -- Questa voce la riconosco! Tu sei Pinocchio!
  -- Preciso, e tu?
  -- Io sono il Tonno, il tuo compagno di prigionia in corpo al Pescecane.
  -- E come hai fatto a scappare?
  -- Ho imitato il tuo esempio. Tu sei quello che mi hai insegnato la strada, e dopo te, sono fuggito anch'io.
  -- Tonno mio, tu capiti proprio a tempo! Ti prego per l'amor che porti ai Tonnini tuoi figliuoli: aiutaci, o siamo perduti.
  -- Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi tutt'e due alla mia coda, e lasciatevi guidare. In quattro minuti vi condurr˛ alla riva.
  Geppetto e Pinocchio, come potete immaginarvelo accettarono subito l'invito: ma invece di attaccarsi alla coda, giudicarono pi˙ comodo di mettersi addirittura a sedere sulla groppa del Tonno.
  -- Siamo troppo pesi? -- gli domand˛ Pinocchio.
  -- Pesi? Neanche per ombra; mi par di avere addosso due gusci di conchiglia, -- rispose il Tonno, il quale era di una corporatura cosÝ grossa e robusta, da parere un vitello di due anni.
  Giunti alla riva, Pinocchio salt˛ a terra il primo, per aiutare il suo babbo a fare altrettanto; poi si volt˛ al Tonno, e con voce commossa gli disse:
  -- Amico mio, tu hai salvato il mio babbo! Dunque non ho parole per ringraziarti abbastanza. Permetti almeno che ti dia un bacio in segno di riconoscenza eterna.
  Il Tonno cacci˛ il muso fuori dall'acqua, e Pinocchio, piegandosi coi ginocchi a terra, gli pos˛ un affettuosissimo bacio sulla bocca. A questo tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non c'era avvezzo, si sentÝ talmente commosso, che vergognandosi a farsi veder piangere come un bambino, ricacci˛ il capo sott'acqua e sparÝ.
  Intanto s'era fatto giorno.
  Allora Pinocchio, offrendo il suo braccio a Geppetto, che aveva appena il fiato di reggersi in piedi, gli disse:
  -- Appoggiatevi pure al mio braccio, caro babbino, e andiamo. Cammineremo pian pianino come le formicole, e quando saremo stanchi ci riposeremo lungo la via.
  -- E dove dobbiamo andare? -- domand˛ Geppetto.
  -- In cerca di una casa o d'una capanna, dove ci diano per caritÓ un boccon di pane e un po' di paglia che ci serva da letto.
  Non avevano ancora fatti cento passi, che videro seduti sul ciglione della strada due brutti ceffi, i quali stavano lÝ in atto di chiedere l'elemosina.
  Erano il Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano pi˙ da quelli d'una volta. Figuratevi che il Gatto, a furia di fingersi cieco, aveva finito coll'accecare davvero: e la Volpe invecchiata, intignata e tutta perduta da una parte, non aveva pi˙ nemmeno la coda. CosÝ Ŕ. Quella trista ladracchiola, caduta nella pi˙ squallida miseria, si trov˛ costretta un bel giorno a vendere perfino la sua bellissima coda a un merciaio ambulante, che la compr˛ per farsene uno scacciamosche.
  -- O Pinocchio, -- grid˛ la Volpe con voce di piagnisteo, -- fai un po' di caritÓ a questi due poveri infermi.
  -- Infermi! -- ripetŔ il Gatto.
  -- Addio, mascherine! -- rispose il burattino. -- Mi avete ingannato una volta, e ora non mi ripigliate pi˙.
  -- Credilo, Pinocchio, che oggi siamo poveri e disgraziati davvero!
  -- Davvero! -- ripetŔ il Gatto.
  -- Se siete poveri, ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice: ź I quattrini rubati non fanno mai frutto ╗. Addio, mascherine!
  -- Abbi compassione di noi!
  -- Di noi!
  -- Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: ź La farina del diavolo va tutta in crusca ╗.
  -- Non ci abbandonare!
  -- ...are! -- ripetŔ il Gatto.
  -- Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: ź Chi ruba il mantello al suo prossimo, per il solito muore senza camicia ╗.
  E cosÝ dicendo, Pinocchio e Geppetto seguitarono tranquillamente per la loro strada: finchÚ, fatti altri cento passi, videro in fondo a una viottola in mezzo ai campi una bella capanna tutta di paglia, e col tetto coperto d'embrici e di mattoni.
  -- Quella capanna dev'essere abitata da qualcuno, -- disse Pinocchio. -- Andiamo lÓ e bussiamo.
  Difatti andarono, e bussarono alla porta.
  -- Chi Ŕ? -- disse una vocina di dentro.
  -- Siamo un povero babbo e un povero figliolo, senza pane e senza tetto, -- rispose il burattino.
  -- Girate la chiave, e la porta si aprirÓ, -- disse la solita vocina.
  Pinocchio gir˛ la chiave, e la porta si apri. Appena entrati dentro, guardarono di qua, guardarono di lÓ, e non videro nessuno.
  -- O il padrone della capanna dov'Ŕ? -- disse Pinocchio maravigliato.
  -- Eccomi quass˙!
  Babbo e figliolo si voltarono subito verso il soffitto, e videro sopra un travicello il Grillo parlante:
  -- Oh! mio caro Grillino, -- disse Pinocchio salutandolo garbatamente.
  -- Ora mi chiami il tuo caro Grillino, non Ŕ vero? Ma ti rammenti di quando, per scacciarmi di casa tua, mi tirasti un manico di martello?
  -- Hai ragione, Grillino! Scaccia anche me,... tira anche a me un manico di martello; ma abbi pietÓ del mio povero babbo.
  -- Io avr˛ pietÓ del babbo e anche del figliolo: ma ho voluto rammentarti il brutto garbo ricevuto, per insegnarti che in questo mondo, quando si pu˛, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei giorni del bisogno.
  -- Hai ragione, Grillino, hai ragione da vendere e io terr˛ a mente la lezione che mi hai data. Ma mi dici come hai fatto a comprarti questa bella capanna?
  -- Questa capanna mi Ŕ stata regalata ieri da una graziosa capra, che aveva la lana d'un bellissimo colore turchino.
  -- E la capra dov'Ŕ andata? -
  -- Non lo so.
  -- E quando ritornerÓ?
  -- Non ritornerÓ mai. Ieri Ŕ partita tutta afflitta, e, belando, pareva che dicesse: ź Povero Pinocchio, oramai non lo rivedr˛ pi˙: il Pescecane a quest'ora l'avrÓ bell'e divorato! ╗
  -- Ha detto proprio cosÝ?... Dunque era lei!... era lei!... era la mia cara Fatina!... -- cominci˛ a urlare Pinocchio, singhiozzando e piangendo dirottamente.
  Quand'ebbe pianto ben bene, si rasciug˛ gli occhi e, preparato un buon lettino di paglia, vi distese sopra il vecchio Geppetto. Poi domand˛ al Grillo parlante:
  -- Dimmi, Grillino: dove potrei trovare un bicchiere di latte per il mio povero babbo?
  -- Tre campi distante di qui c'Ŕ l'ortolano Giangio, che tiene le mucche. VÓ da lui e troverai il latte, che cerchi.
  Pinocchio and˛ di corsa a casa dell'ortolano Giangio; ma l'ortoiano gli disse:
  -- Quanto ne vuoi del latte?
  -- Ne voglio un bicchiere pieno.
  -- Un bicchiere di latte costa un soldo. Comincia intanto dal darmi il soldo.
  -- Non ho nemmeno un centesimo, -- rispose Pinocchio tutto mortificato e dolente.
  -- Male, burattino mio, -- replic˛ l'ortolano. -- Se tu non hai nemmeno un centesimo, io non ho nemmeno un dito di latte.
  -- Pazienza! -- disse Pinocchio e fece l'atto di andarsene.
  -- Aspetta un po', -- disse Giangio. -- Fra te e me ci possiamo accomodare. Vuoi adattarti a girare il bindolo?
  -- Che cos'Ŕ il bindolo?
  -- Gli Ŕ quell'ordigno di legno, che serve a tirar su l'acqua dalla cisterna, per annaffiare gli ortaggi.
  -- Mi prover˛.
  -- Dunque, tirami su cento secchie d'acqua e io ti regaler˛ in compenso un bicchiere di latte.
  -- Sta bene.
  Giangio condusse il burattino nell'orto e gl'insegn˛ la maniera di girare il bindolo. Pinocchio si pose subito al lavoro; ma prima di aver tirato su le cento secchie d'acqua, era tutto grondante di sudore dalla testa ai piedi. Una fatica a quel modo non l'aveva durata mai.
  -- Finora questa fatica di girare il bindolo, -- disse l'ortolano, -- l'ho fatta fare al mio ciuchino: ma oggi quel povero animale Ŕ in fin di vita.
  -- Mi menate a vederlo? -- disse Pinocchio.
  -- Volentieri.
  Appena che Pinocchio fu entrato nella stalla vide un bel ciuchino disteso sulla paglia, rifinito dalla fame e dal troppo lavoro.
  Quando l'ebbe guardato fisso fisso, disse dentro di sÚ, turbandosi:
  ź Eppure quel ciuchino lo conosco! Non mi Ŕ fisonomia nuova! ╗
  E chinatosi fino a lui, gli domand˛ in dialetto asinino:
  -- Chi sei?
  A questa domanda, il ciuchino apri gli occhi moribondi, e rispose balbettando nel medesimo dialetto:
  -- Sono Lu...ci...gno...lo.
  E dopo richiuse gli occhi e spir˛.
  -- Oh, povero Lucignolo! -- disse Pinocchio a mezza voce; e presa una manciata di paglia, si rasciug˛ una lacrima che gli colava gi˙ per il viso.
  -- Ti commovi tanto per un asino che non ti costa nulla? -- disse l'ortolano. -- Che cosa dovrei far io che lo comprai a quattrini contanti?
  -- Vi dir˛... era un mio amico.
  -- Tuo amico?
  -- Un mio compagno di scuola.
  -- Come?! -- url˛ Giangio dando in una gran risata. -- Come?! avevi dei somari per compagni di scuola?... Figuriamoci i belli studi che devi aver fatto!
  Il burattino, sentendosi mortificato da quelle parole, non rispose: ma prese il suo bicchiere di latte quasi caldo, e se ne torn˛ alla capanna.
  E da quel giorno in poi, continu˛ pi˙ di cinque mesi a levarsi ogni mattina, prima dell'alba, per andare a girare il bindolo, e guadagnare cosÝ quel bicchiere di latte, che faceva tanto bene alla salute cagionosa del suo babbo. NÚ si content˛ di questo: perchÚ a tempo avanzato, impar˛ a fabbricare anche i canestri e i panieri di giunco: e coi quattrini che ne ricavava, provvedeva con moltissimo giudizio a tutte le spese giornaliere. Fra le altre cose, costruÝ da sÚ stesso un elegante carrettino per condurre a spasso il suo babbo alle belle giornate, e per fargli prendere una boccata d'aria.
  Nelle veglie poi della sera, si esercitava a leggere e a scrivere. Aveva comprato nel vicino paese per pochi centesimi un grosso libro, al quale mancavano il frontespizio e l'indice, e con quello faceva la sua lettura. Quanto allo scrivere, si serviva di un fuscello temperato a uso penna; e non avendo nÚ calamaio nÚ inchiostro, lo intingeva in una boccettina ripiena di sugo di more e di ciliege.
  Fatto sta, che con la sua buona volontÓ d'ingegnarsi, di lavorare e di tirarsi avanti, non solo era riuscito a mantenere quasi agiatamente il suo genitore sempre malaticcio, ma per di pi˙ aveva potuto mettere da parte anche quaranta soldi per comprarsi un vestitino nuovo.
  Una mattina disse a suo padre:
  -- Vado qui al mercato vicino, a comprarmi una giacchettina, un berrettino e un paio di scarpe. Quando torner˛ a casa, -- soggiunse ridendo, -- sar˛ vestito cosÝ bene, che mi scambierete per un gran signore.
  E uscito di casa, cominci˛ a correre tutto allegro e contento. Quando a un tratto sentÝ chiamarsi per nome: e voltandosi, vide una bella Lumaca che sbucava fuori della siepe.
  -- Non mi riconosci? -- disse la Lumaca.
  -- Mi pare e non mi pare...
  -- Non ti ricordi di quella Lumaca, che stava per cameriera con la Fata dai capelli turchini? Non ti rammenti di quella volta, quando scesi a farti lume e che tu rimanesti con un piede confitto nell'uscio di casa?
  -- Mi rammento di tutto, -- grid˛ Pinocchio. -- Rispondimi subito, Lumachina bella: dove hai lasciato la mia buona Fata? Che fa? Mi ha perdonato? Si ricorda sempre di me? Mi vuol sempre bene? ╚ molto lontana da qui? Potrei andare a trovarla?
  A tutte queste domande fatte precipitosamente e senza ripigliar fiato, la Lumaca rispose con la sua solita flemma:
  -- Pinocchio mio, La povera Fata giace in un fondo di letto allo spedale.
  -- Allo spedale?
  -- Pur troppo. Colpita da mille disgrazie, si Ŕ gravemente ammalata, e non ha pi˙ da comprarsi un boccon di pane.
  -- Davvero?... Oh, Che gran dolore che mi hai dato! Oh, povera Fatina! povera Fatina! Povera Fatina!... Se avessi un milione, correrei a portarglielo... Ma io non ho che quaranta soldi... Eccoli qui: andavo giusto a comprarmi un vestito nuovo. Prendili, Lumaca, e vai a portarli subito alla mia buona Fata.
  -- E il tuo vestito nuovo?
  -- Che m'importa del vestito nuovo? Venderei anche questi cenci che ho addosso, per poterla aiutare. Vai, Lumaca, spicciati; e fra due giorni ritorna qui, che spero di poterti dare qualche altro soldo. Finora ho lavorato per mantenere il mio babbo: da oggi in lÓ, lavorer˛ cinque ore di pi˙ per mantenere anche la mia buona mamma. Addio, Lumaca, e fra due giorni ti aspetto.
  La Lumaca, contro il suo costume, cominci˛ a correre come una lucertola nei grandi solleoni d'agosto.
  Quando Pinocchio torn˛ a casa, il suo babbo gli domand˛:
  -- E il vestito nuovo?
  -- Non m'Ŕ stato possibile di trovarne uno che mi tornasse bene. Pazienza!... Lo comprer˛ un'altra volta.
  Quella sera Pinocchio, invece di vegliare fino alle dieci, vegli˛ fino alla mezzanotte suonata; e invece di far otto canestre di giunco ne fece sedici.
  Poi and˛ a letto e si addorment˛. E nel dormire, gli parve di vedere in sogno la Fata, tutta bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un bacio, gli disse cosÝ.
  -- Bravo, Pinocchio! In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono amorosamente i propri genitori nelle loro miserie e nelle loro infermitÓ, meritano sempre gran lode e grande affetto, anche se non possono esser citati come modelli d'ubbidienza e di buona condotta. Metti giudizio per l'avvenire, e sarai felice.
  A questo punto il sogno finÝ, e Pinocchio si svegli˛ con tanto d'occhi spalancati.
  Ora immaginatevi voi quale fu la sua maraviglia quando, svegliandosi, si accorse che non era pi˙ un burattino di legno: ma che era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri. Dette un'occhiata all'intorno e invece delle solite pareti di paglia della capanna, vide una bella camerina ammobiliata e agghindata con una semplicitÓ quasi elegante. Saltando gi˙ dal letto, trov˛ preparato un bel vestiario nuovo, un berretto nuovo e un paio di stivaletti di pelle, che gli tornavano una vera pittura.
  Appena si fu vestito gli venne fatto naturalmente di mettere la mani nelle tasche e tir˛ fuori un piccolo portamonete d'avorio, sul quale erano scritte queste parole: ź La Fata dai capelli turchini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta soldi e lo ringrazia tanto del suo buon cuore ╗. Aperto il portamonete, invece dei quaranta soldi di rame, vi luccicavano quaranta zecchini d'oro, tutti nuovi di zecca.
  Dopo and˛ a guardarsi allo specchio, e gli parve d'essere un altro. Non vide pi˙ riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l'immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un'aria allegra e festosa come una pasqua di rose.
  In mezzo a tutte queste meraviglie, che si succedevano le une alle altre, Pinocchio non sapeva pi˙ nemmeno lui se era desto davvero o se sognava sempre a occhi aperti.
  -- E il mio babbo dov'Ŕ? -- grid˛ tutt'a un tratto: ed entrato nella stanza accanto trov˛ il vecchio Geppetto sano, arzillo e di buonumore, come una volta, il quale, avendo ripreso subito la sua professione d'intagliatore in legno, stava appunto disegnando una bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di testine di diversi animali.
  -- Levatemi una curiositÓ, babbino: ma come si spiega tutto questo cambiamento improvviso? -- gli domand˛ Pinocchio saltandogli al collo e coprendolo di baci.
  -- Questo improvviso cambiamento in casa nostra Ŕ tutto merito tuo, -- disse Geppetto.
  -- PerchÚ merito mio?
  -- PerchÚ quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virt˙ di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all'interno delle loro famiglie.
  -- E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarÓ nascosto?
  -- Eccolo lÓ, -- rispose Geppetto; e gli accenn˛ un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.
  Pinocchio si volt˛ a guardarlo; e dopo che l'ebbe guardato un poco, disse dentro di sÚ con grandissima compiacenza:
  ź Com'ero buffo, quand'ero un burattino! e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene! ╗


EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Le avventure di Pinocchio - Storia di un burattino", Prefazione di Giovanni Jervis, Giulio Einaudi editore, Torino, 1971







eXTReMe Tracker
        Carlo Collodi - Opera Omnia  -  a cura de ilVignettificio  -  Privacy & cookie

w3c xhtml validation w3c css validation